2. I cimiteri

(Il capitolo precedente)

A me piacciono i cimiteri perché mi piacciono le storie. Non la Storia, quella con la esse maiuscola che si studia a scuola. Le storie. Le vite, anche piccole e brevi, che sono scritte o solo suggerite su alcune lapidi.
Mi piace “leggere” quelle storie, anche se sono solamente accennate con un “figlia, moglie e madre”. Mi piace calcolare l’età del defunto e chiedermi se quel giorno di novembre del 1864 c’era la nebbia.

Adesso non si usa più, purtroppo. I cimiteri sono diventati banali: i parenti dei morti del ventunesimo secolo preferiscono un angelo piangente e terrificante piuttosto di un paio di righe sul loro parente defunto. Del resto, chi si fermerebbe a leggere informazioni su uno sconosciuto?
Io, per esempio.



I cimiteri mi piacciono, l’ho già detto, e appena capito in una città nuova mi informo subito per andarne a visitare almeno uno.
Grazie a questa passione, ho fatto una scoperta, per dire la verità neanche tanto sconvolgente: i cimiteri sono molto diversi, a seconda del paese in cui ci si trova.
I camposanti italiani sono colorati e confusionari, con le loro statue e le fotografie, mai viste su tombe “straniere”. A volte, sembra quasi di trovarsi in un lugubre mercato dove i defunti sono impegnati in una gara silenziosa per farsi notare dai passanti.
I cimiteri francesi, quelli molto famosi di Parigi ad esempio, sono oscuri e decadenti e per nulla curati. Le tombe molto vecchie sono sfondate o mezze scoperchiate, le “casette” -quelle dove trova posto anche un’intera famiglia, per intenderci- hanno le porte arrugginite e scardinate. A Père-Lachaise, alcune zone sono colonizzate da gatti randagi e la presenza diffusa di fiori marci e ragnatele, fa quasi venire il dubbio di trovarsi in un paesaggio artificiale, creato per un film o per un parco di divertimenti. I cimiteri parigini sono suggestivi e ogni tomba ha una sua storia, raccontata attraverso un’incisione o una statua ricoperta di muffa.
Un giorno, mentre cercavo senza successo la tomba di Maria Callas, ho avuto l’immensa fortuna di incontrare un vecchietto, che non solo mi ha indicato dove si riposava il celebre soprano, ma per il resto del pomeriggio mi ha fatto scarpinare in lungo e in largo, raccontandomi storie commoventi su persone che lui conosceva, e dilungandosi in paurose leggende di fantasmi e morti apparenti.
Questo vecchio, che non si è nemmeno sognato -fortunatamente- di portarmi tra la folla a vedere la tomba di Jim Morrison, ha contribuito ad alimentare la mia funerea passione ed ha sicuramente decretato il vincitore nella mia personale classifica dei cimiteri.

Recentemente ho visitato un cimitero svedese, quello dove è sepolta la divina Greta Garbo, e l’ho trovato pulito, essenziale e “di design”. Certamente un bel luogo dove rilassarsi e leggere un libro, ma non la cornice adatta per farsi rapire dalla magia delle storie del vecchietto di Père-Lachaise.
Ho visto anche un cimitero neozelandese, solo in fotografia, e mi è sembrato il luogo ideale dove sedersi a guardare l’orizzonte e la natura prepotente di quel paese.
Quando penso che tra le mie più grandi -immotivate- paure, ci sono un’invasione dei morti viventi e essere sepolta viva, mi rendo conto che non so spiegarmi l’origine di questa passione. Forse provo per i cimiteri la stessa attrazione morbosa che ci porta a guardare i film del terrore con le mani davanti agli occhi, ma con le dita aperte per spiare?

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Mentre mi addentravo nel cimitero comunale di Wittenau, quartiere popolare di Berlino Ovest a ridosso del muro, riflettevo su questo e soprattutto prendevo atto del mio errore di valutazione sui cimiteri tedeschi. Seguendo la logica stereotipata costituita dalla mia -scarsa- conoscenza del popolo tedesco, mi aspettavo una spianata rigida, ordinata e cementata che, mi dicevo, avrebbe certamente facilitato la mia ricerca.
Niente di più sbagliato: se questo era un prototipo di camposanto teutonico, allora avrei dovuto cambiare totalmente il mio punto di vista.
Mi trovavo in un posto irreale, pieno di alberi, piante e fiori. Verde, selvaggio e ombroso…altro che squadrato. Chi l’avrebbe mai detto?

Le tombe apparentemente non seguivano nessuna logica e sembravano gettate alla rinfusa come una manciata di dadi da gioco. In alcuni punti il cimitero era sovraffollato, in altre zone non si vedeva che una piccola lapide mangiata dal tempo in mezzo ad un prato dove erbacce e arbusti selvatici avevano preso il sopravvento.

All’entrata, avevo bussato invano alla porta di quello che presumevo fosse l’ufficio del guardiano, poi mi era venuto in mente che era domenica e che non avrei trovato nessuno a cui chiedere informazioni.
Ma ormai ero arrivata fino a lì e dovevo come minimo fare un tentativo: chi mi diceva che, passeggiando, non mi sarei imbattuta per puro caso nella tomba del mio bisnonno?

Mi addentrai in quella selva, accompagnata da un deciso senso di inquietudine. Mi guardavo continuamente alle spalle, convinta di aver intravisto qualcuno passare velocemente tra gli alberi.
Il cimitero era deserto.
Continuai a camminare, scorrendo velocemente i nomi scritti sulle lapidi, compito reso più difficile dal loro ordine casuale: fui costretta a scavalcare piccole siepi, attraversare passaggi quasi inaccessibili tra alberi e muri costruiti senza un’apparente ragione.
Trascorsi un paio d’ore tra marmi neri e caratteri dorati, prima di ammettere che avevo fallito di nuovo. Quello che stavo cercando di fare era semplicemente impossibile.
Per quel giorno ne avevo abbastanza. Decisi di lasciar perdere. A malincuore però, perché ero convinta che l’ultima dimora del mio bisnonno si trovasse a pochi metri da me, proprio dietro quell’albero oppure dopo quella curva.

Continuai ancora per un po’, con in testa l’idea che se “audentes fortuna iuvat”, allora io ero a buon punto, quando mi imbattei su una cosa così macabra, che mi convinsi ad andarmene senza più ripensamenti.
Davanti a me, in un piccolo prato recintato da una staccionata di ferro battuto, una tomba apparentemente uguale alle altre. Un particolare stonava terribilmente: accanto al nome del “proprietario” e alla sua data di nascita e morte, un altro nome femminile, la sua data di nascita ma nessuna morte ancora registrata.
Una tomba aperta in attesa, “finché morte non vi separi”? Una moglie scomparsa, un cadavere mai ritrovato e un decesso incerto?
Qualunque fosse la spiegazione, cercai velocemente l’uscita e decisi che mai e poi mai mi sarei ritrovata ancora una volta da sola in quel luogo terrificante.


PS: le foto di questo capitolo sono state scattate da Alessio in un cimitero molto bello a Greifswalderstraße (di cui non sono riuscita a trovare il nome). Purtroppo, il giorno in cui ho visitato il cimitero di Wittenau, ho scordato di scattare foto!

(Il capitolo successivo)

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