Somewhat traveller


PRIMA
Preparare la valigia era un problema grosso. Si cominciava almeno dieci giorni prima, dopo aver redatto una lista terrificante e aver coinvolto amici&parenti (“Vi leggo la lista e poi mi dite secondo voi che cosa mi sono dimenticata”). La preparazione vera e propria necessitava della presenza di almeno un genitore -o di chi ne fa le veci- che declamava a voce alta, commentando e spuntando le varie voci.
Indipendentemente dalla durata del viaggio, il peso della valigia superava immancabilmente il limite indicato dalla compagnia aerea. Questo comportava l’apertura della stessa sul pavimento dell’aeroporto e la dolorosa cernita.
Quando ancora si poteva viaggiare con liquidi a bordo, io giravo con il beauty case portatile a tracolla. Di quelli, per intenderci, rigidi a bauletto con lo specchio incorporato (credo non li producano più). Avrei tanto voluto dei valletti.
Una volta sono andata a Padova in giornata per un esame e mi sono portata il trolley.
Per sicurezza.

OGGI
Vado via per cinque mesi, parto domenica e comincio a preparare la valigia OGGI. Ho scelto e escluso capi di abbigliamento senza dilemmi di ore e senza crisi isteriche (“Se non posso portare queste scarpe, io non parto neanche”).
Ho riempito la valigia con tutto quello che voglio portare ed è piena per META’, l’unico elemento da toeletta è un intruglio inquietante che funge da bagnoschiuma e shampoo. Oltre allo spazzolino. Comprerò lì. E NON HO un beauty case.

Mi devo preoccupare?

PS: ma quelle belle valigie con tutti gli adesivi dei paesi esistono solo nei film?

Osservare, constatare e criticare

Avvertenza: questo post contiene opinioni strettamente personali.

In un’afosa e deserta Sddp, non c’è niente di meglio da fare che osservare, constatare e criticare.
Voi direte: “Andate a divertirvi come fanno tutti, in biblioteca”.

Sì, siamo antipatici.

Oggi abbiamo deciso di parlare di una tendenza che affligge la nostra società, soprattutto tra i giovini (anche tra i non più giovini purtroppo), c’est à dire tatuaggi e piercing.
Negli anni ’90 il massimo era mettersi l’anellino al naso (il mio è stato fatto nel ’98 e tolto nel 2008. Dieci anni di gloriosa permanenza sulla mia narice destra), sull’orecchio ma sul padiglione (per intenderci dove c’è cartilagine e non ciccia di lobo), o, proprio in casi estremi, al sopracciglio.

Di tatuaggi non si parlava neanche. Quelli che li avevano, o li facevano di nascosto o erano orfani.

Adesso è tutta una.
Se non hai almeno quattro piercing in faccia, non sei nessuno. Tralasciando i posti “tipici”, ci si forano guance, labbra, lingue, e parti di viso di cui si ignorava l’esistenza prima di metterci un orecchino. E cioè: tra le narici, alla base del naso e su quel pezzo di orecchio rigido che fa male solo a toccarlo.
Che schifo.
Vogliamo dire quanto più bello sarebbe vederne solo uno? Eh no.
L’altro giorno ho visto una ragazza con almeno una dozzina di palline metalliche in faccia.
Sembrava che avesse la varicella.

Per quanto riguarda il resto del corpo…beh, c’è l’imbarazzo della scelta.
Una ragazza non merita di chiamarsi tale se non ha l’ombelico orrendamente deturpato. Se poi la suddetta ragazza non ha proprio un vitino da vespa e il piercing si perde tra le pieghe di ciccia…vi sembra il caso?
Non c’è niente di più volgare e antiestetico. Bleah.
Stendiamo un velo pietoso su capezzoli e affini. Più che altro perchè lo svenimento è imminente.

Passiamo al secondo capitolo: i tatuaggi.
“Cosa faccio oggi? Mmmm…un tatuaggio”. E’ questo lo spirito che accompagna chi apparentemente non si rende conto che si sta scrivendo in modo indelebile e perenne sulla pelle! Si facessero disegnare cose carine, passi.

Magari. Tralasciando orrori tipo bracciali tribali, rose sanguinanti e gesucristi piangenti, ora va di moda tatuarsi delle boiate colossali, tipo:

-la data di nascita scritta in numeri romani.
Perchè?
Hai paura di dimenticartela? Vuoi che tutti la sappiano? Credi che i tuoi amici di fronte a “XXX VI MCMLXXXIII” riescano a capire che si tratta di un numero e non di una marca di jeans (tra l’altro difficilissima da ricordare!)?

-il proprio nome (o altre amenità) in: arabo, giapponese, ebraico, cinese, greco, indiano…
E’ assurdo. Che senso ha?
Il bello è che in realtà nessuno sa quello che c’è scritto. Come quello che si era fatto tatuare il simbolo giapponese della forza, poi ha chiesto a un vero nipponico di tradurlo e questo ha risposto “JAPAN!”.

-l’effigie dell’eroe di turno.
E’ oggettivamente una stronzata.
Recentemente, ho origliato la storia di una che si è fatta tatuare Roberto Bolle sulla chiappa. Perchè? “Sono sempre stata appassionata di danzaaaaa!!!”.
Ok.
Anche a me una volta piaceva Max Pezzali. Ma ci ho riflettuto su.

-frasi di ogni tipo.
Da “Sharon/Maicol/Selvaggia/Rocco/Rudi io e te tre metri sopra il cielo” a “Voglio trovare un senso a questa storia anche se questa storia un senso non ce l’ha” a “Sbagliare è soffrire/partire è morire/sperare è sognare/vivere è dormire”.

Io per queste cose, tengo una Moleskine in borsetta.

I vitelloni nel Far West

Tex Willer
Tex Willer

Nonostante le nostre valigie siano al momento vuote e riposte sotto i letti (ancora per poco), non vogliamo privarvi delle nostre perle di saggezza (e modestia!), quindi vi parleremo di usi e costumi degli autoctoni della nostra città natale. Che poi autoctoni siamo anche noi, quindi è perfetto.

Il momento peggiore in cui capitare a SddP è proprio questo.
Non c’è nessuno perchè vanno tutti a Jesolo. Che bello.
C’è chi dice che le città d’estate siano affascinanti. Evidentemente non è mai passato per di qua. Sddp non è affascinante, fa paura. Provate ad uscire ad una qualsiasi ora di un qualsiasi pomeriggio di un qualsiasi giorno della settimana.
Sopra di voi cominceranno volare gli avvoltoi e lo sceriffo (o vigile di quartiere) vi inviterà a bere qualcosa nel saloon. Siamo nel Far West. Mettiamo che vi viene voglia di fare shopping, siete intellettuali e volete comprare un libro. Cercate una libreria. Appunto, UNA libreria. Non c’è scelta. Per fortuna il proprietario è Michael Bolton.
Acquistati i vostri fardelli di cultura, vi consigliamo di proseguire il vostro itinerario verso sinistra. Verso la piazza principale della città…oooohhhh! Non lasciatevi spaventare dal…ehm…monumento al centro. E’ inoffensivo, non morde. Anzi, poverino, da anni funge da punto di ritrovo per la gioventù che ci si arrampica per mangiare il gelato.
A proposito di gioventù. Sotto i portici, a sinistra, la meravigliosa biblioteca dove le nuove leve di SddP vanno a studiare. Nuove leve…oddio, alcuni hanno una certa età, sono i classici simpaticoni fuori corso. Ahahahah!!! Gente su cui circolano delle leggende metropolitane. Poi…anche studiare è un parolone. La maggior parte arriva, molla la giacchetta sulla sedia per occupare il posto e poi? Beh, pausa!
Di 40 minuti.
Poi torna, ride e scherza con gli amici, abbassa la testolina affaticata sul libro per 20 minuti. E poi? Beh, pausa!
In questo modo, chi in biblioteca ci va per studiare davvero, trova tutti i posti occupati da giacche e zaini, certamente più concentrati dei rispettivi proprietari. E fa sorridere la notizia di una petizione firmata e controfirmata dai suddetti sgobboni, per far fronte alla minaccia di una riduzione degli orari di apertura.
Giustissima la causa, ma come direbbe qualcuno…”Nooo, non devi firmare le petizioni…devi studiareee”. E questa battuta, vi anticipiamo che la capiremo in tre.

Dopo un intenso pomeriggio di studio matto e disperatissimo, vi verrà voglia di uno spritz. Ed è qui che SddP STUPISCE. Un bar per abitante. Siccome di solito abbiamo fame, scegliamo in base a “dove ti danno qualcosa da mangiare”. Esclusi quindi i pop-corn stantii del primo bar (peccato perchè è bello), escluso il secondo bar per motivi logistici (non ci piace la gente), andiamo verso il terzo bar dove da mangiare c’è il ben di dio, ma l’età della clientela si alza pericolosamente.
Per sentirvi dei giovincelli.

(questa volta però non scriviamo gli indirizzi dei locali)

Noi tra due settimane ri-abbandoniamo il nido.
E voi?

Il paese dei balocchi e la città dei fiori


Come tutti sapranno, gli italiani residenti all’estero per un certo periodo devono iscriversi all’AIRE, che è una sorta di anagrafe viaggiante che permette a tutti di godere dei privilegi che concede la madrepatria.

In teoria.

A noi è andata così. Con l’idea iniziale di trascorrere a Parigi un periodo più lungo e in vista delle elezioni, abbiamo deciso di provare l’ebbrezza del cambio di residenza. Tutto è stato fatto in regola e, dopo la visita di rito del messo comunale (in Italia), per chiedere conferma del nostro spostamento, ci sono arrivate in Francia delle schedine ingiallite con la firma del nostro floreale sindaco.
Breve parentesi sulla visita del messo.
(in dialetto veneto)

Messo: “Signora, è vero che sua figlia non abita più qui?”
Mamma di Giulia: “Sì”
Messo: “Bene. Adesso devo andare anche da un certo nomecognome -di Alessio. Perchè abitano assieme a Parigi, sa?”

No. Non si fa così. Non si raccontano gli affari della gente in giro.

Ma torniamo a noi.
Contenti di aver acquisito il nostro diritto di voto anche in gallico territorio, il giorno delle elezioni ci siamo presentati puntuali al Consolato Generale d’Italia a Parigi.

Dogumendo.

Una volta entrati, il delirio. Gente ovunque, file senza capo né coda, schiamazzi e attese alla macchinetta del caffè (caffè rigorosamente italiano perchè tuttilartri fanno schifo).

Veniamo indirizzati allo sportello con il gagliardetto della Juve.

“Buongiorno, noi dobbiamo votare”
“Datemi quello che avete” (neanche fosse un rapinatore!)
diamo
“Controllo”

breve attesa

“Mi dispiace, non risultate”
“Come scusi?”
“Ho detto che non risultate”
“E come mai?”
“Eh…bella domanda…uhm, beh, mah, boh, bah, bibbidibobbidibù. A-E-I-O-U-ipsilòn. Non lo so.”
“E quindi non possiamo votare”
“No”
“Ma non è giusto”
“Ma non è colpa mia” (come dicevano le SS)
“Abbiamo capito, ma non possiamo votare! Con chi ce la dobbiamo prendere?”
“Eh, può essere colpa del Ministero o del vostro comune o di chissacchì. L’unica cosa che posso fare è inviare un fax al vostro comune e chiedere delle motivazioni. Aspettate qui?”
“Aspettiamo”

Dal comune, silenzio di tomba. E scade il termine per votare.
Niente voto. Noi non abbiamo potuto votare.
Pazienza.

Dopo un mese (ora), torniamo in Italia e visto che l’AIRE ci ha solo fatto perdere tempo, stamattina decidiamo di trasferire nuovamente la nostra residenza nella città dei fiori (no, non è Sanremo).

Spiegazione.

Impiegata: “MA COMEEE? Vi trasferite ancora?”
Noi: “Signora, siamo tornati in Italia…”
Impiegata: “Eh ma l’iscrizione si fa solo se state per più di tot mesi”
Noi: “Infatti siamo rimasti un anno”
Impiegata: “Beh, la prossima volta vi iscrivete solo se rimanete di più”
Noi: ” A parte che sono affari nostri, comunque non vediamo il problema.”
Impiegata: “MA COMEEE? SAPETE QUANTO LAVORO DOBBIAMO FARE???”

Ah, ecco il problema. Mi pareva infatti di essere tornata in Italia.

La mole mortale di lavoro consisteva nello scrivere a penna i nostri nomi sul registro dei rimpatriati, stampare due robe e fare due timbri.
Totale per due persone: un quarto d’ora.
Con rimprovero finale da parte di un’altra impiegata “Basta adesso eh…perchè ci tocca fare un sacco di lavoro adesso”.
Come una mamma che dice al figlio di smetterla di mangiare tutte quelle caramelle. Eh sì, perchè a noi piace romperci le balle in fila agli sportelli e interagire con persone disponibili e pronte a meritarsi il loro salario (lamentandosi del lavoro per cui sono state assunte).

Va bene. Non lo faccio più.
Stai sicura che la prossima volta rimango irregolare.
Stai sicura che non ti vengo a dire niente e che continuo a usufruire dei servizi del medico di base (anche se in realtà non sono neanche in Italia).

E via di sprechi.

Scusate, ma ora devo tornare nell’angolo in castigo.