Talking to myself all the way to the station

Mi capita spesso di riflettere mentre aspetto il treno che mi riporta a casa. Le stazioni, si sa, non offrono molto e quindi in quei momenti in cui ti stai sciogliendo per il caldo torrido che ti dilania le membra (adesso, esagerato!), mi sono perso nei ricordi di una vita passata.

E piu’ precisamente mi e’ venuto in mente quando sono andato a Disneyland Paris, con Juliette nel 2008. Non sono qui per raccontarvi quanto bello e magico e’ quel posto (l’unico modo per capirlo e’ andarci). Sono qui per condividere con voi una riflessione che mi ha messo una tristezza incredibile addosso.

L’oggetto della mia riflessione sono coloro che lavorano in quel parco divertimenti, soprattutto la figura di “colui che guida il trenino-bus che ti porta in giro negli studios” che ti fanno vivere cosa deve essere Hollywood. Trasporta un centinaio di persone che urlano, fotografano, ridono, prendono spavento grazie agli effetti speciali. Lui e’ li’, che sa esattamente cosa succedera’ e quando succedera’, l’esplosione (effetto speciale) non gli fa piu’ effetto, l’acqua che ti bagna non lo bagna piu’ (in quanto e’ protetto da un tetto apposito). E poi la gente che incredula vede le scenografie di Jurassic Park, mentre lui non le degna neanche di uno sguardo. Perche’ mentre tu magari ci vai solo una volta nella vita, lui ci lavora ogni giorno, sabato e domenica inclusi, e quel giro lo compie 50 volte al giorno. E mentre io, visitatore occasionale, esco convinto di aver fatto l’esperienza piu’ incredibile del mondo dicendo “ci tornerei anche domani”, lui non vede l’ora di andarsene a casa, perche’ tanto domani – purtroppo – sara’ sempre la stessa cosa. Il pubblico cambia, il suo lavoro no. Per il pubblico e’ una esperienza unica, per lui e’ la routine, per noi e’ magia per lui e’ lavoro.

E tutto questo come mi e’ venuto in mente? Guardando coloro che guidano il treno regionale del 1955 che mi porta a casa. Pero’ in questo caso ci accomuna una cosa: sia per me che per lui non e’ magico quello che stiamo facendo.

that’s all folks.

Interviste, pavoni e sogni americani

Una volta questo blog veniva aggiornato molto di più. Adesso è più difficile perché il tempo scarseggia e gli impegni aumentano. Eravamo giovani, carini e disoccupati, oggi siamo sempre giovani e carini però abbiamo un lavoro. Generazione 1000 euro? MAGARI.

Ma non divaghiamo. Chi, come me, non lavora per i soldi ma per la gloria (che poi chi cavolo sarà questa “gloria” che si prende sempre tutto…E’ come “lino” che ha un sacco di vestiti. Per queste battute vi rimandiamo al nostro alter ego simpatico), prova estremo godimento nel rendere pubbliche le proprie imprese giornalistiche e letterarie, e ve ne ho dato prova sproloquiandone qui e qui .

E’ passato un po’ di tempo ed è ora di pavoneggiarsi di nuovo.

Nonostante la scarsità di danari, devo ugualmente ringraziare la misteriosa “gloria” che mi permette di conoscere e intervistare un buon numero di personaggi famosi e interessanti (per ognuno di essi però, 50 sagre della polenta).

E dopo Luca Telese, Toni Capuozzo, Massimo Carlotto e Roberto Giacobbo (e 200 sagre della polenta), e dopo che mia mamma ha suggerito di farmi scattare delle foto con i personaggi famosi per creare una parete a casa come nei ristoranti, passiamo dalla televisione alla radio, che è il vero motivo di questo post.

La scorsa settimana, nel corso della trasmissione “Overbooking” di Radio San Donà, abbiamo (chi siamo?) avuto l’onore di intervistare Enrico Franceschini, corrispondente da Londra per Repubblica, che ci ha fatto sognare raccontandoci la sua avventura da giovane giornalista squattrinato a New York, di cui parla nel libro “Voglio l’America” edito da Feltrinelli.

L’America la vogliamo anche noi, ma il sogno americano esisterà ancora? Per sentire che cosa ne pensa Franceschini, siete tutti gentilmente obbligati a scaricare la puntata o ad ascoltarla in streaming.

E per la prossima settimana, un’altra graditissima ospite!

Ok, fine del pavone.