Sono ignorante e me ne vanto (tantissimo)

Sono ignorante e me ne vanto (tantissimo)

Ieri ho utilizzato l’espressione “ignorantia legis non excusat” e quello che ne ho ricevuto in cambio è stato un silenzio imbarazzato. Ho esternato il mio stupore e sono stata definita arrogante (e sai che novità) e mi è stato fatto l’elegante augurio di venire massacrata di botte dalla persona alla quale ho osato rivolgermi in questo modo così aulico e spocchioso.

Ora, a parte il fatto che “ignorantia legis non excusat” è una frase di uso comune e non un latinismo per pochi, a parte il fatto che -se anche non si conosce il latino- la frase è praticamente traducibile a suono, e a parte il fatto che mi si accusa di ὕβρις (tracotanza) perché mi piacciono i congiuntivi e chi parla in modo corretto (e sì, anche sottolineare con soddisfazione gli errori altrui, quello mi piace tantissimo), e a parte che -purtroppo- la maggior parte della gente non capisce (eh sì: il verbo è singolare perché il soggetto è “maggior parte” e non “persone”) mai l’ironia…a parte tutto ciò, oggi vorrei fare outing.
Che brutta parola: outing.
Orrenda.

Ma non divaghiamo.
So che stavate pensando di non poter sopravvivere a tutta questa -mia- intelligenza e cultura (attenzione: in questa frase si sta facendo uso di ironia), però devo davvero deludervi: anch’io sono ignorante in alcune cose.
Non ci credete, vero? Invece è proprio così.

Avete presente il libro “La morte non sa leggere” di Ruth Rendell da cui è stato tratto anche il film di Chabrol: “Il buio nella mente”, con una eccezionale Isabelle Huppert nella parte della protagonista? (Il film è stranamente all’altezza del romanzo)
Se non sapete di cosa sto parlando, oltre a consigliarvi di rimediare perché entrambi sono molto belli, vi descrivo brevemente la trama.
In pratica c’è questa famiglia molto ricca che si prende in casa una domestica (nel film Isabelle Huppert, appunto) che all’inizio sembra perfetta poi fa cose strane. Un esempio: la padrona di casa le lascia la lista della spesa, lei va al supermercato e compra tutt’altro. Episodi di questo genere.
Insomma, alla fine si capisce che la domestica è analfabeta e si vergogna talmente tanto di questo segreto che, quando la famiglia lo scopre, lei prende un fucile da caccia e stermina tutti.

Fine del libro/film.

Tutta questa premessa per introdurre il mio scabroso segreto: ecco, diciamo che con la matematica non sono molto in gamba. Incredibile vero? Sono così brava in tutto che non ci si crede! (Allarme! Allarme! C’è dell’ironia non autorizzata)
Eppure ho questo gene familiare, questa maledizione depentoresca che rende tutti i membri della famiglia totalmente idioti di fronte a numeri e strani ragionamenti. Per ironia della sorte, invece, mia mamma era la più brava in matematica della sua classe…assieme al mio professore di matematica del liceo. Lo stesso che, dopo un’interrogazione, una volta mi ha chiesto “Senti, ma tu hai delle ambizioni?”

Conosco le tabelline, so fare le addizioni, le sottrazioni e le moltiplicazioni (anche di tante cifre eh!)…ma le divisioni niente da fare. Se poi sono a più di una cifra, vabè, mi alzo e vado via.

Sì, avevo scordato di dire che qui si parlava di matematica base, di quella delle elementari.
Il resto della matematica, quel brutto periodo in cui mi facevano studiare coseni, equazioni e cose che tendevano a più infinito…quello neanche lo considero.
Da ex studentessa di liceo classico che ha affrontato i cinque anni di matematica, CHIMICA, fisica e altre brutte materie incomprensibili con arroganza (eh sì, questa volta proprio arroganza) e menefreghismo (insomma, io ho scelto il liceo classico, perché devo studiare ‘sta roba?), direi piuttosto che vado fiera di non ricordare NULLA di teoremi, leggi e corollari (anzi per dire la verità, i corollari li associo spesso al mondo floreale).
Sì. Forse il professore aveva ragione a chiedermi se avevo delle ambizioni.


[Qui di seguito: mia mamma che se non si fosse capito è un’insegnante (e non si chiama Graziano, ma chatta con me attraverso l’account di mio papà. Mamma, perché lo fai?) cerca di spiegarmi come calcolare le percentuali e io mi dimostro svogliata, maleducata e poco desiderosa di apprendere]

Ma non divaghiamo. Torniamo al mio problema e al modo in cui lo sto nascondendo disperatamente e con poco successo.
Dove lavoro, a volte mi capita di dover fare delle fatture. Per fortuna capita poche volte.
Se le fatture sono normali, allora tutto bene (come dicevo, le addizioni le so fare).
Se invece ci sono degli sconti, delle ritenute d’acconto e quindi delle PERCENTUALI DA CALCOLARE, allora diventa un problema.

Al massimo posso arrivare al 50%, ecco, quello sì.
L’altro giorno ho riempito un foglio di calcoli e procedure per calcolare il 10% di 100. Sì, è proprio vero. Credetemi. Sono idiota.

Come mi comporto quando si abbatte su di me la sventura delle percentuali? Semplice.
Scrivo in Skype al complice del mio segreto (Alessio) e gli chiedo di calcolare la percentuale per me.

Senza nessuna vergogna.

Startup italiane a Berlino: tre suggerimenti MOLTO banali

Startup italiane a Berlino: tre suggerimenti MOLTO banali

Malgrado l’intento del mio precedente post non fosse quello di svilire la volontà degli Italiani digitali di Berlino di incontrarsi e scambiarsi idee (bensì l’immagine totalmente falsata che viene trasmessa all’esterno dai media), le critiche più feroci che ho ricevuto si sono focalizzate sul fatto che “ho criticato senza proporre nulla di nuovo/migliore”.

È vero.
Ma se non ho dato i miei suggerimenti, è semplicemente perché non so come “insegnare” alle persone ad avere idee nuove e rivoluzionarie. E anche perché avevo già espresso alcune delle mie perplessità a voce (a organizzatori/frequentatori) e pensavo bastasse così.

Ho fatto un errore di valutazione, me ne scuso, e vi propongo tre suggerimenti MOLTO banali, ingenuamente sottintesi.

Presentazioni in inglese
Non migliorano la qualità delle idee presentate, certo. Se un progetto è simile ad un altro, lo è anche in un’altra lingua.
Ci sono  comunque, secondo me, dei vantaggi:
1) Grossa scrematura iniziale.
2) Preparazione più accurata delle presentazioni: “ho tre minuti, e li devo sfruttare bene e devo usare un’altra lingua. La mia presentazione deve essere perfetta”.
3) Apertura verso il mondo digitale internazionale e, di conseguenza…
4) …basta con le dinamiche di microcomunità aspramente criticate da alcuni di voi (non ve ne libererete mai, però, finché il vostro gruppo continuerà ad essere chiuso/privato/monolingue).

Follow up (odio questa parola ma questa volta non so come tradurla in italiano)
Hai presentato la tua startup sei mesi fa e ora è fallita? Sei diventato miliardario? Ti ha comprato una società più grossa?
Bene, io lo voglio sapere.
Motivi:
1) Sono molto contenta di ricredermi su un’idea che avevo considerato mediocre
2) È questo quello che voglio raccontare all’Italia: qualità. Non quantità.
3) È questo quello che mi rende fiera dei miei connazionali, anche se hanno fallito. Il fallimento fa parte del gioco e anzi è spesso, come si suol dire, una battaglia persa che però alla fine fa vincere la guerra (è così il proverbio? Temo di no ma il senso è quello!)
Certo.
Ma ho bisogno di conoscere le storie dall’inizio alla fine. (e con “fine” intendo: evoluzione, processo, crescita, cambiamento, successo, fusione, vendita, fallimento, TUTTO)
Raccontatemelo: voglio sapere che cosa state facendo, come sta andando. Non mi basta sapere che avete fondato una startup. Quella è una piccola parte parziale di storia.

Interventi di altri “digitaliani” 
Forse questo è meno cool, ma io conosco tantissimi Italiani che sono qui e lavorano nel digitale con successo e passione, anche se non hanno fondato la loro compagnia. Tanti li ho visti anche ai famosi incontri.
Sono Italiani che sono arrivati qui, magari hanno iniziato con uno stage in una grossa azienda, poi sono stati assunti, prima con un contratto di un anno e poi a tempo indeterminato, e ora magari sono a capo del loro settore.
Vi potrei dare 50 nomi, così su due piedi.

Queste, secondo me, sono le storie di successo reali. Queste sono le storie che ispirano e che devono essere raccontate all’Italia. Queste sono le storie che infondono fiducia e danno l’ultima “spinta di coraggio” a chi vuole partire e vivere la propria avventura.

Come? Finora nessuno di questi Italiani si è proposto?
E perché non li chiamate voi?
(oppure scrivetemi e vi dico io chi sono. Molto ma molto volentieri.)

3. Facciamo un passo indietro

(Il capitolo precedente)

E poi più nulla, per circa un anno.

Nel settembre del 2010, quando avevo bussato alla porta dell’appartamento del mio bisnonno e avevo esplorato il cimitero, ero convinta che mi sarebbe bastato fare un paio di domande per scoprire tutto.
Come avevo potuto sottovalutare i settant’anni che erano trascorsi?
Bisognava assolutamente fare un passo indietro. Andare da chi poteva avere informazioni, date e nomi, e cercare di ricostruire in modo più o meno preciso almeno l’inizio della storia.
In questo ho avuto una doppia fortuna: in primo luogo, le persone migliori da intervistare – i tre figli del bisnonno – erano reperibili e disponibili. In secondo luogo, si ricordavano tutto.
Sì.
Si ricordavano tutto.
Il problema era che ognuno di loro si ricordava ogni avvenimento in modo diverso dagli altri due.
Sul pomeriggio trascorso a discutere con i tre fratelli G., potrei scrivere un libro a parte. Diciamo, come anticipo, che a un certo punto hanno addirittura litigato perché in disaccordo su un punto della storia.
Chi aveva ragione? Impossibile da stabilire.

Ma tutto questo è successo circa un anno dopo, quando cioè le avventure del bisnonno a Berlino erano abbastanza delineate e io stessa mi ero ritrovata a dover rivelare particolari scomodi della sua vita.
Particolari che nessuno sapeva. Nemmeno i suoi figli.

Certo, se non l’avevate già capito all’inizio, una cosa che non è mai mancata a questa storia è la confusione.
A cominciare dal cognome: si è mai sentito che nella stessa famiglia, di padre in figlio, il cognome venga scritto in due modi diversi?
In questa famiglia è successo. E il bisnonno, in particolare, non accontentandosi delle due versioni già esistenti (con una erre e con due erre) ha aggiunto un paio di originali interpretazioni teutoniche.

Ma sto divagando e vi avviso che succederà molto spesso.
Questa storia è così incredibile e intricata che più che un libro servirebbe una parete enorme per scrivere nomi e collegarli tra loro.

Torniamo all’inizio, o almeno proviamoci. Torniamo cioè al punto in cui decisi di intervistare la prima dei figli del bisnonno, quella che all’epoca era abbastanza grande da ricordarsi bene la cronologia dei suoi primi spostamenti.
Si dà il caso che la primogenita fosse proprio la mia nonna.
Questa storia continua quindi nel salotto di casa sua.

___

“Nel 1945 poi iniziavano a tornare i prigionieri dalla Germania…mia mamma andava tutti i giorni in stazione a vedere, ma lui non arrivava mai. Controllava addirittura le barelle dei feriti, ma niente da fare. Lui non c’era. Non sapevamo niente di lui. Siccome ci aveva promesso che sarebbe tornato, a un certo punto abbiamo creduto che fosse morto.
Anni dopo, poi, abbiamo scoperto che era ancora vivo perché mia mamma è stata chiamata dal Comune. Lui si era risposato, anche se aveva già una moglie, ed era quindi stato condannato per bigamia.”
(nda: la condanna per bigamia è avvenuta nel 1951)

Intervistare la nonna su una guerra vissuta in prima persona, portò inevitabilmente a delle divagazioni enormi su bombardamenti, sfollati, rifugi e nascondigli.
Non potevo chiedere di meglio: adoro ascoltare le storie realmente accadute e la nonna mi stava raccontando dei particolari della sua giovinezza davvero impressionanti.
Mentre ascoltavo di quando la loro mamma si era ammalata di polmonite ed era stata portata in un ospedale di fortuna e loro -i tre figli- erano rimasti soli ed erano stati trasferiti a Venezia da alcuni parenti, pensavo che se la nonna era nata nel 1929 e stavamo parlando di un periodo attorno al 1940, tutto questo accadeva quando lei era davvero ancora una bambina.

“Mi ricordo perfettamente che tutti e tre indossavamo zoccoli di legno: era notte fonda e per le calli di Venezia si sentiva solo quel rumore fortissimo. Poi siamo stati divisi, io sono stata portata a Burano e i miei fratelli per un periodo hanno vissuto in orfanotrofio. Sono passati circa sei mesi, la mamma è stata meglio -anche se soffriva di asma- e noi siamo tornati a San Donà, dove adesso c’è la bottega di C.
Lui era partito nel 1940, me lo ricordo bene perché siamo andati a salutarlo a Venezia. Nel 1943 poi è tornato ed è rimasto per un periodo qui, ha addirittura lavorato in un bar del centro (nda: faceva il cameriere, oltre che il cantante lirico).
Poi è ripartito di nuovo, prima dell’8 settembre, e non l’abbiamo più sentito.”

Che cosa aveva fatto il bisnonno una volta arrivato in Germania? Perché si era subito risposato, senza trovare il tempo di divorziare? La seconda moglie era tedesca? Era ancora viva? Avevano avuto dei figli?
Domande, per ora, senza risposta.
A quel punto, la cosa migliore da fare era ritornare a  Berlino e contattare il Consolato italiano.
Magari loro ne sapevano qualcosa.

(Il capitolo successivo)

La lettera di Fiona Apple

La lettera di Fiona Apple

Questa lettera è stata pubblicata ovunque, in inglese e in italiano.
Io l’ho letta ieri in tram e sì, lo so che dico sempre che mi commuovo in tram, però è la verità: ieri mi sono commossa in tram e in modo davvero imbarazzante.

La pubblico anch’io perché capisco.

Gaia e il suo sguardo di riprovazione: dove sei stata?

Ho un cane giallo –Gaia– che mi aspetta a casa e ogni volta che torno, anche se sono passati sei mesi, mi saluta come se niente fosse successo. E a me si spezza il cuore ogni volta che riparto, perché mi sembra di raccontarle una bugia.
Lei mica sa per quanto tempo non mi rivedrà.
Gaia è la mia amica più sincera -come dice Fiona- ed è stata sempre con me. Io invece sono andata via. (ma tra un mesetto ci vediamo sai?)

Pallino & Cleo

Avevo un cane prima di Gaia. Si chiamava Pallino.
Pallino è cresciuto assieme a me, perché nei primi ricordi della mia vita c’è già, ci siamo io e lui e qualcosa di meno importante sullo sfondo.
Prima di conoscere Pallino, ero molto molto timida (forse qualcuno dirà che era meglio così, ma secondo me no) e lui mi ha aiutato ad essere più naturale e a non avere paura di tutto.
Grazie a Pallino, ho iniziato a comportarmi come un cane e a fidarmi delle mie prime impressioni e del mio istinto. Che hanno sempre ragione.
Pallino è morto in silenzio, ha trascorso i suoi ultimi giorni nascosto dietro a una pianta della terrazza e la sua ultima notte -purtroppo- in una clinica per animali ammalati. Da solo.
Non perdonerò mai questa scelta a chi l’ha fatta, anche se pensava di agire per il meglio.

Il giorno della morte di Pallino io sono tornata da scuola (ero all’ultimo anno di liceo) in bicicletta senza sapere ancora nulla, ed ho capito tutto quando ho visto mia sorella Martina che guardava dalla finestra aspettando che arrivassi.
Sono salita a casa, ho chiesto “Allora come sta?”. E nessuno ha risposto.

E poi c’era Cleo, la gatta colorata che dopo la morte di Pallino ha consolato tutti.
E dopo meno di un anno, anche lei ci ha lasciato, in silenzio, nascosta sotto un letto.
Io ero già all’università e anche in quell’occasione ero assente.

E per un po’ siamo rimasti da soli.

Fiona Apple ha un cane ammalato, Janet, e ha deciso di interrompere il suo tour per stare accanto a lei.
Non ascoltavo la sua musica ma inizierò presto, perché sono sicura che mi colpirà così come hanno fatto le sue bellissime parole.

Del resto, quando un essere umano arriva a capire che gli animali sono migliori degli uomini sotto tutti i punti di vista, diventa come me e non può che piacermi tantissimo.

Brava Fiona, sei una persona che vorrei incrociare sulla mia strada.
Buona lettura.

Sono le sei del pomeriggio e sto scrivendo a poche migliaia di amici che non ho ancora incontrato.
Sto scrivendo per chiedere loro di cambiare i nostri piani e incontrarci un po’ più tardi.
Il motivo è questo.
Ho un cane, Janet, è malata da quasi due anni a causa di un tumore latente nel suo petto, che è cresciuto lentamente. Ha quasi 14 anni. Ce l’ho da quando aveva quattro mesi. All’epoca avevo 21 anni, ero ufficialmente adulta, e lei era la mia bambina.
È un pitbull, è stata trovata a Echo Park con una corda al collo e morsi sulle orecchie e la faccia.
Era usata nei combattimenti tra cani per dare fiducia agli avversari. Ha quasi 14 anni e non l’ho mai vista iniziare una lotta, mordere qualcuno o persino ringhiare, e posso capire perché è stata scelta per quel ruolo. È una pacifista.
Janet è stato il legame più duraturo della mia vita adulta, è un dato di fatto.
Abbiamo vissuto in molte case e siamo entrate a far parte di alcune famiglie, ma in realtà siamo sempre state io e lei.
Lei ha dormito nel mio letto, la sua testa sul mio cuscino, e ha accolto la mia faccia in lacrime isteriche sul suo petto, circondandomi con le zampe, ogni volta che il mio cuore si è spezzato, il mio spirito fiaccato o soltanto perso, e col passare del tempo sono diventata io la figlia, mentre mi addormentavo con il suo mento appoggiato sulla mia testa.
Stava sotto il pianoforte mentre scrivevo canzoni, abbaiava ogni volta che cercavo di registrare qualcosa ed è stata in studio con me tutto il tempo mentre registravamo l’ultimo disco.
L’ultima volta che sono tornata alla fine di un tour era vivace come sempre, è abituata a me che me ne vado per poche settimane ogni sei o sette anni.
Ha il morbo di Addison: per lei viaggiare è pericoloso perché ha bisogno di iniezioni regolari di cortisolo, perché reagisce allo stress e all’eccitazione senza gli strumenti psicologici che trattengono molti di noi dall’andare letteralmente nel panico.
Nonostante tutto questo, è spontaneamente gioiosa e giocherellona e ha smesso di comportarsi come un cucciolo soltanto tre anni fa.
È la mia migliore amica, mia madre, mia figlia, la mia benefattrice ed è lei che mi ha insegnato cos’è l’amore.
Non posso venire in Sudamerica. Non adesso.
Quando sono tornata dopo l’ultima parte del tour americano, è stato molto molto diverso.
Non aveva neanche più voglia di camminare.
Lo so che non è triste per la vecchiaia o la morte. Gli animali hanno l’istinto di sopravvivenza, ma non hanno il senso della mortalità e della vanità delle cose. Per questo sono molto più presenti delle persone.
Ma so che si sta avvicinando al punto in cui smetterà di essere un cane e diventerà, invece, parte del tutto. Sarà nel vento, nella terra, nella neve e dentro di me, in qualunque posto vada.
Non posso lasciarla proprio adesso, cercate di capire.
Se me ne vado di nuovo, ho paura che morirà e non avrò l’onore di cantare fino a farla addormentare, di accompagnarla mentre se ne va.
Qualche volta impiego venti minuti per scegliere quali calzini indossare a letto.
Ma questa decisione è stata istantanea.
Ci sono scelte che facciamo, che ci definiscono.
Non sarò la donna che mette la sua carriera davanti all’amore e all’amicizia.
Sono la donna che sta a casa e cucina per la sua amica più vecchia e cara.
E la aiuta a stare bene, la conforta, la fa sentire al sicuro e importante.
Molti di noi temono la morte di una persona cara. È la triste verità della vita, che ci fa sentire impauriti e soli.
Vorrei che potessimo anche apprezzare il tempo che c’è prima della fine del tempo.
So che sentirò la più travolgente conoscenza di lei e della sua vita e del mio amore per lei, negli ultimi momenti.
Ho bisogno di fare l’impossibile per trovarmi lì per questo.
Perché sarà l’esperienza di vita più bella, intensa, arricchente che ho vissuto finora.
Quando morirà.
Così resterò a casa e la ascolterò russare e respirare pesantemente, a godermi il respiro più puzzolente e più brutto che sia mai provenuto da un angelo.
Vi chiedo la vostra benedizione.
Ci vediamo,
Con affetto,
Fiona

Berlino paradiso delle startup? Piuttosto il purgatorio.

Berlino paradiso delle startup? Piuttosto il purgatorio.

Vi ricordate quando io e Alessio abbiamo rilasciato l’intervista a Panorama e siamo stati pesantemente criticati per aver detto la verità e cioè che ci siamo trasferiti a Berlino senza conoscere il tedesco e abbiamo ugualmente trovato lavoro pochi giorni dopo?

Perfetto. Read more

2. I cimiteri

2. I cimiteri

(Il capitolo precedente)

A me piacciono i cimiteri perché mi piacciono le storie. Non la Storia, quella con la esse maiuscola che si studia a scuola. Le storie. Le vite, anche piccole e brevi, che sono scritte o solo suggerite su alcune lapidi.
Mi piace “leggere” quelle storie, anche se sono solamente accennate con un “figlia, moglie e madre”. Mi piace calcolare l’età del defunto e chiedermi se quel giorno di novembre del 1864 c’era la nebbia.

Adesso non si usa più, purtroppo. I cimiteri sono diventati banali: i parenti dei morti del ventunesimo secolo preferiscono un angelo piangente e terrificante piuttosto di un paio di righe sul loro parente defunto. Del resto, chi si fermerebbe a leggere informazioni su uno sconosciuto?
Io, per esempio.



I cimiteri mi piacciono, l’ho già detto, e appena capito in una città nuova mi informo subito per andarne a visitare almeno uno.
Grazie a questa passione, ho fatto una scoperta, per dire la verità neanche tanto sconvolgente: i cimiteri sono molto diversi, a seconda del paese in cui ci si trova.
I camposanti italiani sono colorati e confusionari, con le loro statue e le fotografie, mai viste su tombe “straniere”. A volte, sembra quasi di trovarsi in un lugubre mercato dove i defunti sono impegnati in una gara silenziosa per farsi notare dai passanti.
I cimiteri francesi, quelli molto famosi di Parigi ad esempio, sono oscuri e decadenti e per nulla curati. Le tombe molto vecchie sono sfondate o mezze scoperchiate, le “casette” -quelle dove trova posto anche un’intera famiglia, per intenderci- hanno le porte arrugginite e scardinate. A Père-Lachaise, alcune zone sono colonizzate da gatti randagi e la presenza diffusa di fiori marci e ragnatele, fa quasi venire il dubbio di trovarsi in un paesaggio artificiale, creato per un film o per un parco di divertimenti. I cimiteri parigini sono suggestivi e ogni tomba ha una sua storia, raccontata attraverso un’incisione o una statua ricoperta di muffa.
Un giorno, mentre cercavo senza successo la tomba di Maria Callas, ho avuto l’immensa fortuna di incontrare un vecchietto, che non solo mi ha indicato dove si riposava il celebre soprano, ma per il resto del pomeriggio mi ha fatto scarpinare in lungo e in largo, raccontandomi storie commoventi su persone che lui conosceva, e dilungandosi in paurose leggende di fantasmi e morti apparenti.
Questo vecchio, che non si è nemmeno sognato -fortunatamente- di portarmi tra la folla a vedere la tomba di Jim Morrison, ha contribuito ad alimentare la mia funerea passione ed ha sicuramente decretato il vincitore nella mia personale classifica dei cimiteri.

Recentemente ho visitato un cimitero svedese, quello dove è sepolta la divina Greta Garbo, e l’ho trovato pulito, essenziale e “di design”. Certamente un bel luogo dove rilassarsi e leggere un libro, ma non la cornice adatta per farsi rapire dalla magia delle storie del vecchietto di Père-Lachaise.
Ho visto anche un cimitero neozelandese, solo in fotografia, e mi è sembrato il luogo ideale dove sedersi a guardare l’orizzonte e la natura prepotente di quel paese.
Quando penso che tra le mie più grandi -immotivate- paure, ci sono un’invasione dei morti viventi e essere sepolta viva, mi rendo conto che non so spiegarmi l’origine di questa passione. Forse provo per i cimiteri la stessa attrazione morbosa che ci porta a guardare i film del terrore con le mani davanti agli occhi, ma con le dita aperte per spiare?

__

Mentre mi addentravo nel cimitero comunale di Wittenau, quartiere popolare di Berlino Ovest a ridosso del muro, riflettevo su questo e soprattutto prendevo atto del mio errore di valutazione sui cimiteri tedeschi. Seguendo la logica stereotipata costituita dalla mia -scarsa- conoscenza del popolo tedesco, mi aspettavo una spianata rigida, ordinata e cementata che, mi dicevo, avrebbe certamente facilitato la mia ricerca.
Niente di più sbagliato: se questo era un prototipo di camposanto teutonico, allora avrei dovuto cambiare totalmente il mio punto di vista.
Mi trovavo in un posto irreale, pieno di alberi, piante e fiori. Verde, selvaggio e ombroso…altro che squadrato. Chi l’avrebbe mai detto?

Le tombe apparentemente non seguivano nessuna logica e sembravano gettate alla rinfusa come una manciata di dadi da gioco. In alcuni punti il cimitero era sovraffollato, in altre zone non si vedeva che una piccola lapide mangiata dal tempo in mezzo ad un prato dove erbacce e arbusti selvatici avevano preso il sopravvento.

All’entrata, avevo bussato invano alla porta di quello che presumevo fosse l’ufficio del guardiano, poi mi era venuto in mente che era domenica e che non avrei trovato nessuno a cui chiedere informazioni.
Ma ormai ero arrivata fino a lì e dovevo come minimo fare un tentativo: chi mi diceva che, passeggiando, non mi sarei imbattuta per puro caso nella tomba del mio bisnonno?

Mi addentrai in quella selva, accompagnata da un deciso senso di inquietudine. Mi guardavo continuamente alle spalle, convinta di aver intravisto qualcuno passare velocemente tra gli alberi.
Il cimitero era deserto.
Continuai a camminare, scorrendo velocemente i nomi scritti sulle lapidi, compito reso più difficile dal loro ordine casuale: fui costretta a scavalcare piccole siepi, attraversare passaggi quasi inaccessibili tra alberi e muri costruiti senza un’apparente ragione.
Trascorsi un paio d’ore tra marmi neri e caratteri dorati, prima di ammettere che avevo fallito di nuovo. Quello che stavo cercando di fare era semplicemente impossibile.
Per quel giorno ne avevo abbastanza. Decisi di lasciar perdere. A malincuore però, perché ero convinta che l’ultima dimora del mio bisnonno si trovasse a pochi metri da me, proprio dietro quell’albero oppure dopo quella curva.

Continuai ancora per un po’, con in testa l’idea che se “audentes fortuna iuvat”, allora io ero a buon punto, quando mi imbattei su una cosa così macabra, che mi convinsi ad andarmene senza più ripensamenti.
Davanti a me, in un piccolo prato recintato da una staccionata di ferro battuto, una tomba apparentemente uguale alle altre. Un particolare stonava terribilmente: accanto al nome del “proprietario” e alla sua data di nascita e morte, un altro nome femminile, la sua data di nascita ma nessuna morte ancora registrata.
Una tomba aperta in attesa, “finché morte non vi separi”? Una moglie scomparsa, un cadavere mai ritrovato e un decesso incerto?
Qualunque fosse la spiegazione, cercai velocemente l’uscita e decisi che mai e poi mai mi sarei ritrovata ancora una volta da sola in quel luogo terrificante.


PS: le foto di questo capitolo sono state scattate da Alessio in un cimitero molto bello a Greifswalderstraße (di cui non sono riuscita a trovare il nome). Purtroppo, il giorno in cui ho visitato il cimitero di Wittenau, ho scordato di scattare foto!

(Il capitolo successivo)