Colorado – “Shining” (Stephen King)

Colorado – “Shining” (Stephen King)

Nel salone da ballo dell’ala est erano in corso contemporaneamente una decina e più di riunioni d’affari diverse, con uno scarto temporale di pochi centimetri l’una dall’altra. Ed era in pieno svolgimento un ballo in costume. C’erano serate di gala, ricevimenti nuziali, feste di compleanno e anniversari di matrimonio. Uomini che parlavano di Neville Chamberlain e dell’arciduca d’Austria. Musica. Risate. Euforia. Isterismo. Di amore, poco: ma si avvertiva una corrente sotterranea di sensualità. E Jack riusciva quasi a udirli tutti assieme, nell’atto di vagare per l’albergo, e davano luogo a una gradevole cacofonia. Nella sala da pranzo dove si trovava ora, colazione, pranzo e cena di un arco di tempo di settant’anni venivano serviti simultaneamente proprio alle sue spalle. Poteva quasi… ma no, sgombriamo pure il campo da quel quasi. Li sentiva proprio, per ora deboli, ma chiari: allo stesso modo in cui si può udire il tuono a chilometri di distanza in una calda giornata estiva. Li sentiva tutti, gli splendidi sconosciuti. Si accorgeva della loro presenza, come loro avevano avvertito la sua fin dall’inizio.
Tutte le camere dell’Overlook erano occupate, quella mattina.
Tutto esaurito.

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Alabama – “Il buio oltre la siepe” (Harper Lee)

Alabama – “Il buio oltre la siepe” (Harper Lee)

Atticus aveva detto che non si conosce mai a fondo un uomo finché non ci si mette nei suoi panni. Salire sul portico dei Radley mi era bastato.
Le luci della strada apparivano vaporose per la pioggia sottile, che ora cominciava a cadere. Avviandomi verso casa mi sentii vecchissima, ma quando mi guardai la punta del naso vidi delle belle perline di bruma, solo che strabuzzare gli occhi mi diede le vertigini, e così dovetti smettere.
Avviandomi verso casa, pensai che sarebbe stata una cosa formidabile da raccontare a Jem l’indomani. Sarebbe stato talmente arrabbiato per averla perduta da non rivolgermi la parola per giorni e giorni. Avviandomi verso casa, pensai che Jem e io saremmo diventati grandi ma che non c’era rimasto gran che da imparare, salvo l’algebra, forse.

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I miei libri del 2013

I miei libri del 2013

È passato quasi un mese dall’ultimo post e me ne rendo conto solo ora! Sono stata risucchiata in un vortice spazio-temporale? Sto semplicemente invecchiando e mi dimentico le cose? Diamo per più probabile la seconda e andiamo avanti.
Considerando più o meno impossibile raccontarvi per filo e per segno tutte le mie scorribande di questi ultimi trenta giorni, lascio perdere direttamente. Tanto se mi seguite in Facebook o Instagram o whatever, siete sempre più o meno aggiornati su quello che faccio.
E se non mi seguite? Seguitemi, scellerati! Forza! E mettete anche un like su Bookstee: ci stiamo ancora lavorando ma se siete amanti dei libri, non potete proprio farne a meno! (nei prossimi giorni cercherò di parlarvene con calma)

Torniamo a noi.
Malgrado il clima, anche qui sta arrivando il Natale.
A me il Natale non fa impazzire, lo sapete (un paio di testimonianze):

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…ma qui è talmente diverso che quasi mi piace.
Quasi. Senza esagerare.
Forse mi dà meno fastidio perché in realtà ho capito che qui è possibile anche ignorarlo e farlo passare senza grosse cerimonie? Mah. La verità è che ogni tanto ho delle fitte di nostalgia per Berlino e la sua atmosfera. Così. Mai e poi mai trascorrerei un altro inverno buio, lungo e gelido come gli ultimi tre, però un paio di giorni di neve e cioccolate calde, quelli sì. Qui è più da infradito e cocktail in spiaggia, ma gli abeti li vendono lo stesso, ci sono Babbo Natale, le renne, i fiocchi di neve dipinti sulle vetrine…è strano forte.

Che poi, volete sapere un segreto?
Ovviamente sapevo che nell’emisfero australe le stagioni erano invertite, ma pensavo che i nomi rimanessero uguali. Per spiegarmi meglio, pensavo che per loro l’inverno fosse la stagione calda e l’estate quella fredda. E invece, sono invertiti anche i nomi. Quindi adesso siamo in estate e io pensavo che si chiamasse inverno comunque. Non so se avete capito ma quando io l’ho realizzato, sono rimasta  muta per venti minuti a pensare alla macchinosità della vita.

Detto ciò, come sempre ho perso il filo e ho iniziato a parlarvi degli affari miei, quando in realtà lo scopo di questo post era di darvi una bella lista di libri da regalare a Natale e non solo! Come quella del 2012 e del 2011! Siete contenti? 
Dovreste: questi sono i libri che hanno segnato il mio 2013, l’anno della vera scoperta della letteratura americana. Per me, questo è stato un anno importante e travolgente, così come lo sono stati i libri che mi hanno accompagnato.
Pronti via allora! (ve li metto in ordine inverso, cioè a partire dall’ultimo che ho letto)

La banda dei brocchi di Jonathan Coe
Jonathan Coe non ha certo bisogno di presentazioni. Tra l’altro l’ho anche visto a Berlino 🙂
Questo libro è particolarmente significativo perché l’ho iniziato in Italia e l’ho finito in Nuova Zelanda.

Dentro il labirinto di Andrea Camilleri
Di solito Camilleri non mi piace, lo ammetto. Questo libro, invece, l’ho divorato perché si tratta un’indagine postuma sulla morte misteriosa dell’intellettuale Edoardo Persico, avvenuta nel 1936. Cioè Camilleri prende davvero i documenti e i referti dell’epoca e prova lui a dare una spiegazione a un decesso risolto troppo facilmente. Questo libro me l’ha consigliato Maurizio, mio zio. Sì, io i miei zii li chiamo solo per nome ma questa è un’altra storia.

Antologia di Spoon River  di Edgar Lee Masters
Un libro da aggiungere allo scaffale d’oro immediatamente. E l’ho letto troppo tardi, lo so.
Questo libro, inoltre, fa parte del mio famoso progetto di leggere un libro per ogni stato americano, ricordate? Non l’ho abbandonato ma anche le mie letture, come i miei discorsi, seguono uno schema ad albero.

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A sangue freddo di Truman Capote
Il mio scaffale d’oro esploderà ma anche questo si merita un posto. Truman Capote è un genio assoluto. Punto.

Il nuotatore di Paolo Cognetti
Capitolo a parte per questo volume. Oltre ad essere una storia bellissima illustrata magistralmente, questo libro è stato un regalo speciale per i miei 30 anni. Alessio, infatti, ha chiamato Paolo Cognetti in persona e gli ha chiesto di scrivermi una dedica. E io sono esplosa in mille frammenti di felicità.

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Le correzioni di Jonathan Franzen
Il libro di passaggio tra Berlino e l’Italia.

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Mi chiedo quando ti mancherò di Amanda Davis
Quando il libro è regalato da una persona speciale, è ancora più bello.

Le mille luci di New York di Jay McInerney
Uno dei pochi libri scritti con la seconda persona singolare. Letto in una notte.

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Viaggio americano di Fernanda Pivano
Come vi dicevo, mi sono davvero appassionata di letteratura americana quest’anno. E mi è servito moltissimo leggere questa carrellata di Fernanda Pivano. Che vita bellissima, appassionante, incredibile ha fatto questa donna, tra l’altro.

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Il ragazzo selvatico di Paolo Cognetti
Cognetti lo trovate spesso nelle mie liste, ovvio. Questo libro è arrivato nel momento in cui stavo pensando di lasciare Berlino per la Nuova Zelanda e, se lo leggerete anche voi, capirete perché mi ha dato la spinta.

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Trilogia della città di K.di Ágota Kristóf
Anche questo è un libro speciale perché ha segnato il mio primo incontro con Camilla (Zelda!). Un paio d’ore di chiacchiere, discorsi ad albero, “scerbanencate”, e urletti di gioia in libreria! Lei me l’ha consigliato ed ha fatto centro.

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan
Adesso che ho scoperto la Egan, non la lascio più.

Stoner di John Williams
Anche questo ha fatto parte del mio coast to coast…però l’ho letto prima di iniziare il progetto.

Farfalle in un lazzaretto di Camilla Ronzullo
Sempre lei, sempre Zelda.

Una cosa piccola che sta per esplodere di Paolo Cognetti
Manuale per ragazze di successo di Paolo Cognetti
Torna di nuovo lui. Per me è una garanzia, non so che altro dirvi.

L’infedele di Matilde Serao 
Una bellissima scoperta.

Quali sono stati i vostri libri speciali del 2013?

Baby you can drive my car. BUT PLEASE DON’T.

Baby you can drive my car. BUT PLEASE DON’T.

Io non so niente di automobili. Niente.
Odio guidare. Sono stata bocciata all’esame di pratica della patente.
Poi la patente l’ho presa ma, in undici anni di onorata attività, non ho mai guidato in autostrada. Raramente sono uscita dalla cinta muraria di San Donà. Che poi a San Donà non c’è nessun muro ma avete capito lo stesso.
Andare a 100 all’ora per me è una cosa che si verifica solo nelle canzoni di Gianni Morandi. Penso di aver sfiorato una volta gli 80 km/h e di essermi sentita molto spericolata. Non ho mai sorpassato. MAI. Neanche i trattori.

Sono un’imbranata. Sono quella che odiate quando avete fretta, quella che blocca tutta la fila che poi sembra ci sia la processione per un funerale, quella che non sa fare le partenze in salita, quella a cui muore la macchina al semaforo verde, quella che a volte il semaforo verde neanche lo vede perché si è distratta a cercare la radio bella.

Ovviamente le automobili sono la mia ultima preoccupazione. Non mi piacciono, le trovo tutte esteticamente molto brutte e ingombranti. Di marche e modelli neanche se ne parla: sono nere, rosse, grandi, piccole. Corrono, portano da un punto A a un punto B.  Punto. Finite.
Sempre meglio, poi, se al punto B mi ci porta qualcuno che si offre di guidare al posto mio.

Tutta questa lunga premessa per dirvi che qui ad Auckland ci dobbiamo comprare una macchina. Funziona così: cerchi una macchina usata, contatti il venditore, la vai a vedere e poi -se vuoi- chiami un meccanico che ci dia una controllatina prima di comprarla.
Io e Alessio abbiamo (plurale totalmente immeritato e ingiusto) trovato una macchina di nostro gradimento e assieme siamo andati a vederla.

Cose a cui ho prestato attenzione io:
-Oh, hai visto il tipo? Identico a Dexter, pazzesco!
-Che bella casaaa! Wow, che patio! Si vede che è nuova, infatti lui l’ha anche detto che stanno facendo lavori.
-Mi piace questo quartiere! Anzi, dopo proviamo quel bar che ho visto venendo qui.
-Azzurra! Sì sì, mi piace, perfetta. Puzza un po’ di fumo ma ci diamo una pulita! La prendiamo!

Cose a cui ha prestato attenzione Alessio:
-Per caso hai notato se c’erano spie accese sul cruscotto? (Spie? Cruscotto?)
-Non ho mai avuto un’auto con il cambio automatico! Tu? Ne hai mai guidata una? (Io avevo una Clio del 1897, non so neanche se ce l’aveva il cambio)
-Devo guidare a sinistra per la prima volta nella mia vita. Sì, il colore della carrozzeria è molto carino e la vista con il mare lì in fondo è stupenda, ma ti prego lasciami concentrare! (Ma guarda che panorama!)

Insomma, alla fine decidiamo che ci piace e fissiamo l’appuntamento col meccanico.
Io lavoro solo per un paio di giorni alla settimana per il momento, quindi…sì, state immaginando bene.
Alla revisione della macchina devo partecipare IO.

In ansia per paura di dover discutere di cose strane tipo candele e cavalli, a un certo punto entro in paranoia perché pare che FORSE dovrò anche guidare. Contromano (sì, siete contromano), in una grande città che non conosco, DA SOLA.
Poco prima del controllo, succede questo:

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SEMMAI LA COMPRIAMO SBATTUTA.

Fortunatamente lo scenario peggiore non si verifica in quanto non c’è bisogno di me come essere pensante. Fa tutto il meccanico. Io aspetto seduta sul marciapiede bevendo cappuccino e mangiando uno scone al cioccolato (presi in quel bar tanto carino). E alla fine, quando lui giustamente vuole dirmi com’è ‘sta macchina, io prima fingo di intendermene poi, appena dice una parola paurosa tipo ENGINE, esclamo con un tono di voce decisamente troppo acuto “Non capisco niente di macchine! Ahahahahah!”

Però a parcheggiare sono brava. Inspiegabilmente.

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…è la macchina di Dexter! Prendiamola ti pregooooo!

Don’t stop me now

Don’t stop me now

La mia prima settimana neozelandese, come sapete, è stata magnifica e sorprendente.
Ieri si è conclusa anche la seconda e, non mi crederete, è stata anche migliore della prima! Innanzitutto ho definitivamente sconfitto il jet lag (e vi assicuro che non svegliarsi più alle 4 di mattina e dover fare una rampa di scale al buio per andare a fare la pipì, ha sancito un netto miglioramento nella qualità del mio sonno), e poi il mio peregrinare a piedi per le salite e le discese di Auckland ha dato i suoi frutti. Ho trovato il mio primo lavoretto nella terra dei Kiwi e, se devo essere sincera, proprio non mi sarebbe potuta andare meglio.

Sì. Lavoro in una libreria.
Solo per qualche ora a settimana, certo.
Non è il lavoro che mi permetterà di ottenere un visto e di comprarmi una villa con piscina, certo.
Ma ce l’ho fatta. Sto realizzando uno dei piccoli sogni che avevo messo da parte e voi non potete neanche immaginare quanto io ne sia fiera.
Lavoro in una libreria. Mi piace persino dirlo.

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Arrivata a Auckland, ho preparato una lista di tutte le librerie nelle quali mi sarebbe piaciuto lavorare e le ho visitate una per una (macinando chilometri a piedi), presentandomi e lasciando il mio curriculum. E dove ho trovato lavoro? In una di quelle che non avevo inserito nella lista, naturalmente.
E perché? Semplice: in internet non ne avevo trovato quasi traccia.
Vuoi la posizione non proprio centrale, vuoi il fatto che non si trova nella top ten delle librerie più cool e famose di Auckland…chissà.
L’avevo ignorata. Non sapevo neanche che esistesse.

Primo insegnamento
Non c’è solo internet. Internet è utile ma è solo uno strumento. Ci sono persone e cose reali che si scoprono solo spegnendo il computer e andando in giro. Certo, la “mia” libreria (non suona bene? La mia libreria. Ok, ora mi commuovo) ha un sito internet e un indirizzo mail. Sono utili. Punto.

Ma la vita -quella bella, quella che piace a me- va al di là del numero dei follower e dei like in Facebook. 

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La mia bella libreria era lì, alla fine di una galleria -che qui chiamano arcade- in un quartiere che avevo deciso di esplorare quel giorno solo perché avevo accompagnato Alessio al suo nuovo ufficio. Una serie di coincidenze mi ha portato a scoprirla: il caffè bevuto in un bar anziché in un altro, la pioggia improvvisa che mi trattiene nel locale per mezz’ora in più, la decisione di uscire proprio alle 10 spaccate, il momento cioè in cui la libreria apre e il proprietario passa davanti al bar portando un cartello da esporre sulla strada principale con scritto “Secondhand books and rare editions”.
Coincidenze? Mah.
Entro e subito sento qualcosa: è il posto giusto.
Respiro l’odore di carta vecchia e tocco le copertine piene di polvere. Cammino tra gli scaffali e percepisco una specie di scossa: questo è un luogo magico, ha anima e storia…come ve lo posso spiegare?
Io preferisco i libri usati: raccontano una vicenda con le parole scritte e poi nascondono altre mille avventure. Quante mani avranno accarezzato queste pagine? E dove? E quando? Perché quella frase è stata sottolineata? Che cosa significa quell’orecchietta a pagina 39?
Mille storie, cari miei, non solo una. E se ascoltate bene, quel libro ingiallito sarà felice di raccontarvele tutte.

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Mi sento felice dentro lì, eppure per un attimo dubito.
Perché mai -mi dico- un posto come questo dovrebbe assumere persone nuove? Questi non sono negozi, sono istituzioni. La gente che ci lavora è qui da sempre, conosce i clienti, sa esattamente come sono disposti i volumi senza neanche bisogno di classificarli. Forse è meglio lasciar perdere.

Secondo insegnamento 
Avete un sogno? Provate a realizzarlo, sempre. Provate, bussate, rompete le palle. E se vi sembra stupido o inutile, provate lo stesso. Tanto che cosa può succedere di male? Vi dicono di no? E che sarà mai!

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Rimugino un po’ e prendo la mia decisione: indosso la mia faccia tosta più convincente, mi dirigo verso il bancone, mi presento e lascio il mio curriculum. Aggiungo che farei qualsiasi cosa pur di lavorare in un posto affascinante come quello.
Grazie -mi dicono un po’ sorpresi- per ora non cerchiamo ma forse a Natale avremo bisogno di personale e ti faremo sapere.
Pazienza. La ricerca continua.
E invece…

Terzo insegnamento
Mai perdere le speranze. Se avete dato tutto, avete dimostrato la vostra passione e avete trasmesso l’idea principale – e cioè che il sogno rimane lì pronto da realizzare, nessuno ve lo tocca e il rifiuto vi rende solamente più determinati- vi assicuro che qualcosa succederà. Mai perdere le speranze. Mai.

Continuo la passeggiata e, mentre mi trovo all’ufficio postale (dopo circa 15 minuti), il mio telefono suona.
“Ciao Giulia. Siamo quelli della libreria, ti andrebbe di tornare qui a bere un caffè con noi?”
Attraverso di corsa la strada guardando dalla parte sbagliata (clacson di sottofondo) e mi precipito nel negozio. Loro mi dicono che vogliono assolutamente che lavori con loro. Hanno letto il mio curriculum, hanno sentito il mio entusiasmo e il mio amore per i libri. E mi vogliono.
Non è un lavoro full time -aggiungono- ma questo è quello che possiamo offrirti al momento. Accetti?

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Terzo insegnamento

Se sentite di essere sulla strada giusta verso la realizzazione del vostro sogno, i passi che state facendo non sono MAI troppo piccoli. 

E poi posso prendere in prestito tutti i libri che voglio. Non è forse la migliore forma di ricompensa?

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Per le mie avventure con carte di credito e registratori di cassa, la mia prima vendita da 300 dollari, il mio scaffale di Halloween e gli strani personaggi che frequentano il negozio, vi rimando alla prossima puntata.
Se invece volete venire a trovarmi, la libreria si chiama “Book.Mark” e si trova qui:
Parkway Arcade, 46-54 Hurstmere Road, Takapuna, New Zealand

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Kiwi days

Kiwi days

Sono arrivata in Nuova Zelanda! Mi trovo esattamente dall’altra parte del mondo rispetto a voi e ancora non mi capacito di essere a testa in giù! Le leggi della fisica con me non funzionano, non riuscirete mai a darmi una spiegazione plausibile di questo strano fenomeno…lo sapete, vero?
Fisica, matematica, calcoli…quella roba là. Quella roba che mi fa venire i sudori freddi quando c’è da capire a quanto corrispondono i dollari e, ancora peggio, che ore sono lì da voi. E a proposito di cose di cui non riesco a capacitarmi: ma lo sapete che io sono nel futuro? Nel senso che quando da me è lunedì, da voi è ancora domenica? Non è incredibile?
Questi sono fenomeni degni di Babbo Natale e delle renne che volano, di Marlin e Zapotec che mandano Topolino e Pippo in giro con la macchina del tempo (anche se loro nel futuro non ci potevano arrivare).

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Beh, a parte gli scherzi (che poi quando parlo di divisioni e sottrazioni non scherzo per niente), sono qui da una settimana ed è tutto assolutamente meraviglioso. Davvero. Non lo dico per dire.

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Mi guardo intorno e vedo colori splendenti e sorrisi. Esco di casa, incontro sconosciuti che mi salutano e mi danno il benvenuto in Nuova Zelanda. Persino cercare lavoro è un piacere: nessuno ti guarda storto o ti chiede perché mai lavoravi in una startup e adesso cerchi di fare la commessa in una libreria. Anzi: ti ringraziano tantissimo per aver lasciato il CV, ti chiedono come sei arrivato qui, ti dicono che parli bene inglese e che adorano il tuo accento.
Le strade sono pulite, verdi, piene di vento e di cielo. Le casette di legno sembrano finte e pronte a volare via come la fattoria di Dorothy Gale.

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A casa nostra (non è casa nostra, ovviamente: occupiamo una stanza della casa di una famiglia mezza kiwi e mezza francese) c’è una cagnolona buona e coccolona che si chiama Leila. Dietro alla casa c’è un giardino con un tappeto elastico. Alla fine del giardino, c’è un cancello che si apre sul parco di Grey Lynn dove, ogni giorno, ci sono cani di tutti i tipi che corrono e saltellano come matti.

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Mica ci sono solo cani. Eh no. Oltre ai gatti che appena ti vedono ti corrono incontro e miagolano, appena fuori città ci sono pecore, mucche e cavalli. Ovunque.
E poi ci sono gli uccelli: i gannet con la testa gialla che hanno invaso la meravigliosa spiaggia di Muriwai, il tui nero con i bargigli bianchi che ogni giorno canta in giardino e fa un verso assurdo e polifonico, e poi c’è il tenerissimo pukeko che ci ha dato il benvenuto appena usciti dall’aeroporto (gironzolava spavaldo sul prato di una rotonda).

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In una settimana avremo fatto duecento chilometri a piedi (il sistema dei trasporti pubblici è un po’ complicato, io devo ancora imparare bene e, nel dubbio, cammino), abbiamo incontrato un sacco di gente, visto tanti posti, scoperto almeno cinque nuovi quartieri, abbiamo parlato e ascoltato decine di storie in un inglese che cambia ogni volta a seconda dell’accento.
Abbiamo scoperto che il sole batte a nord (è incredibile, è come la macchina del tempo di Topolino), che le banane possono essere anche rosse e che, se si vuole, si può andare in giro scalzi.

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Vorrei raccontarvi tutto, della pioggia improvvisa, delle librerie, del centro vivace di Auckland, dei palazzi di inizio secolo che si specchiano sui grattacieli di ferro e vetro, del porto, del vento che screpola la faccia, dei vulcani e del museo (IL museo) che ha dentro tutto quello che c’è da sapere sui Maori e sulla Nuova Zelanda compresa una stanza dove viene simulato un terremoto (!!!). Vorrei raccontarvi del favoloso cibo thai, di quello indiano e anche di quello Hare Krishna. Vorrei raccontarvi della famiglia che mi ospita, del mini concerto a cui ho assistito oggi al museo di arte moderna, della coinquilina belga che suona l’ukulele (e mi assicura che non è difficile…attenzione, nuova passione in vista!), della buonissima birra che ho assaggiato nel locale preferito del nostro padrone di casa (che però ci presenta come i suoi flatmate) e della chiacchierata che mi sono fatta con il cameriere brianzolo disperato perché tra due mesi gli scade il visto e non sa come fare a rimanere qui.

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Vorrei davvero raccontarvi tutto ma il mio jet lag ogni tanto fa ancora i capricci, qui sono le 21 e mi è già venuto sonno.
Per il momento, vi basti sapere che giro con la crema solare in borsa (avete presente il buco dell’ozono? Beh, è proprio qui sopra) e continuo a guardarmi intorno senza rendermi conto di essere davvero qui.

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This cold world is not for you

This cold world is not for you

Fra tre giorni parto, lascio il vecchio continente e semino dietro ai miei passi un bel po’ di cose, ricordi, facce ed eventi che non voglio portare con me. Non me li dimentico eh…ma non c’è posto per loro in valigia. Niente da fare, tassativo.
Vado in Nuova Zelanda con la mente vuota e ho deciso che questa volta seguo gli eventi, senza oppormi né forzarli. Non ho progetti, tranne quello di stare con Alessio naturalmente. Potrei rimanere lì per un anno intero, potrei decidere di andarmene in Giappone dopo tre mesi, potrei rimanere lì per tutta la vita a lavorare in una libreria. Chissà. Non è bellissimo non avere piani per una volta?

La scorsa settimana, la mia cagnolina Gaia se ne è andata. Quasi improvvisamente.
Era la mia migliore amica, l’unico vero motivo per il quale tornavo a casa. Lei mica sapeva perché ero via, mica poteva parlarmi al telefono, mica poteva capire.
Per lei io sparivo, abbandonandola, e basta. Io allora tornavo e mi ricaricavo del suo amore per tutto il resto del tempo.
Il rapporto che hai con un cane -come l’ha perfettamente definito la mia amica Alessandra- è amore, amicizia e famiglia senza bisogno di parole.
È totale, struggente, insostituibile.

Adesso lei non c’è più.
E credo sia il momento giusto per partire.

Gaia (30.05.2003~10.10.2013)

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