A San Donà nessuno si sentì colpevole, ma, allo stesso tempo, nessuno si sentì fino in fondo innocente

La scorsa domenica ho ricevuto una bella sorpresa.
Il Signor Alessandro Cubi di Monfalcone, dopo aver letto il mio libro “Non vedo l’ora che venga domenica” (a proposito, se ve lo volete scaricare gratuitamente, andate qui), mi ha mandato una bellissima mail, piena di considerazioni, spunti riflessivi e opinioni.
Ho pensato di pubblicarla qui (dopo aver chiesto e ottenuto il permesso), prima di tutto perché mi ha fatto immenso piacere, secondo perché ha colto esattamente lo spirito del libro, terzo perché son pur sempre soddisfazioni quando non più di sei mesi fa il libro era stato definito un libro dell’orrore, scritto per nutrire la mia vanità intellettuale. Vabè.

Grazie Signor Cubi e grazie a chiunque in futuro si prenderà la briga e il tempo di scrivermi due righe per dirmi la sua opinione.

[…]Come in qualche modo promesso, vengo a commentare il libro, ma, soprattutto, vengo a raccontarle il perché ho sentito la necessità di conoscere la storia: cosa c’entro io con Mario e con San Donà? Il mio rapporto con San Donà, peraltro marginale e risalente a parecchio tempo fa, trae origine dal rapporto lavorativo tra la ditta in cui lavoro ed un nostro cliente […]
Di Mario non ne sapevo nulla sino agli ultimi giorni di aprile di quest’anno, quando, assieme a mia moglie, per festeggiare l’anniversario di matrimonio (32 anni…), siamo stati prima a Portogruaro e quindi a San Donà. Abbiamo del tutto casualmente posteggiato l’automobile nel parco fluviale e fatto quattro passi attraverso lo stesso, visto che si tratta di un posto piacevole e visto che c’era un sacco di gente ed un gruppo di boy scout che preparava una grigliata e giocava a pallone.

Bighellonando attraverso il parco, d’improvviso mi sono imbattuto nella stele che ricorda il fatto accaduto nel 1970 e sono rimasto preso alla sprovvista, colpito dal contrasto forte tra la quiete e la serenità del parco e quelle frasi che, come lama di un rasoio, sembravano incidere l’aria e anche me stesso. Ho memorizzato il nome e, una volta tornato a casa, mi sono messo alla ricerca di notizie su internet, ma era tutto piuttosto frammentario e, comunque, tutto riportava al suo libro ed a notizie ad esso correlate. Una certa inquietudine montava in me e mi chiedevo il perché, in fondo era un fatto come ce ne sono altri, ma non riuscii a darmi una spiegazione convincente (tuttora non ce l’ho), poteva sembrare un fatto un po’ morboso, eppure non era così, ma allora? Non capivo, però avevo trovato la sua mail e finalmente avrei potuto conoscere la storia, poiché quello che mi turbava di più era il non sapere nulla di ciò che era successo al piccolo Mario, che sulla stele, vestito da prima comunione, osservava con tutta la bellezza che hanno nello sguardo i bambini, come cuccioli curiosi e un po’ dispettosi.

Quando mi inviò il libro in pdf lo stampai e lo lessi tutto d’un fiato: finalmente avrei saputo cos’era successo, se il colpevole aveva pagato, chi era e come aveva potuto fare una cosa simile, se era ancora vivo o meno, insomma pensavo che conoscere la storia avrebbe portato il tutto su un piano emozionale più consono alla logica e, per certi versi, così è stato. Eppure, l’angoscia, la compassione e l’enorme senso di ingiustizia hanno pesato e per certi versi continuano ancora a pesare su di me, è come se avessi dovuto elaborare una sorta di lutto per uno sconosciuto con un coinvolgimento emotivo in ritardo di 42 anni: le vie della mente sono davvero imprevedibili…

Quello che colpisce profondamente, fin da subito, è la sensazione di ineluttabilità, il rendersi conto che non c’è stato modo di evitare che il fatto accadesse; quante volte, in quelle ore, quante persone hanno visto il piccolo col suo assassino, c’è stato pure il fratello del suo amico che ha provato a dissuaderlo, ma sembra che il destino avesse deciso così; come una faina che entra nel pollaio a ghermire la preda, lo sconosciuto venuto da fuori ha potuto compiere la sua opera spingendosi fino a dentro l’oratorio, dove ci si sente più al sicuro, ecco forse perché a San Donà nessuno si sentì colpevole, ma, allo stesso tempo, nessuno si sentì fino in fondo innocente, la coscienza collettiva fece fatica a perdonarsi di non essere riuscita a salvare un suo cucciolo.
Bisogna considerare, come del resto ben specificato nel libro, che all’inizio degli anni ’70 la vita nei paesi (anche di una certa grandezza come San Donà) scorreva tranquilla, non si chiudevano a chiave le porte, ci si conosceva tutti, tanto che il delitto fece cambiare per sempre le cose e poi considerare anche che, qualora si fosse trattato di uno sbandato del luogo, l’attenzione sarebbe stata diversa, ma l’incursione di una cellula impazzita da un paese vicino era del tutto imprevedibile.

Io sono del 1955, ho quindi 6 anni più di Mario e ricordo bene gli anni ’60; allora la sfera sessuale era qualcosa di veramente misterioso, i ragazzi e le ragazze giocavano separati e l’entrata nell’universo femminile era una cosa un po’ morbosa ed era vissuta come un sogno da realizzare quanto prima, anche per poterlo poi raccontare…
Nei paesini, magari di campagna, episodi di violenza nell’ambito famigliare (per lo più del padre sulle figlie), non erano così infrequenti, ricordo bene, ad esempio che nella classe elementare del piccolo paese in provincia di Trieste in cui sono cresciuto, ci fu lo scandalo di una mia piccola compagna molestata dal padre; diciamo che lo straordinario era che certi episodi uscissero dalle pareti domestiche, soprattutto quando la mamma trovava la forza di denunciare il marito. Insomma non è cambiato nulla, oggi come ieri.
Il ’68, con l’avvento dei figli dei fiori, del fate l’amore e non la guerra, di Woodstock, di “On the road”, di “Easy Rider”, cambiò in modo eclatante il rapporto genitori/figli, uomo/donna, cittadino/stato ed il sesso, da morboso, diventò una specie di fazzoletto da sbandierare al vento spesso a sproposito, ma tant’è.

Nel caso in questione, il sesso è rappresentato dal suo aspetto deviato, da una debolezza psicologica per la quale una persona non è in grado di stabilire un rapporto affettivo (e quindi anche sentimentale e sessuale) normale, per cui l’attenzione viene rivolta verso chi è più indifeso o addirittura inerme. C’è poi l’aggravante dell’alcol che completa l’opera di devastazione di una mente fragile e quindi senza freni inibitori.
C’è, inoltre, un fatto curioso che in qualche modo mi riguarda: durante la sua fuga col suo improvvisato compagno di viaggio, prima di sconfinare l’assassino pernottò a Basovizza, vicino a Trieste, paese che dista solo una manciata di chilometri da quello in cui all’epoca vivevo io (Aurisina); è possibile che io non abbia memoria di questo fatto? All’epoca avevo 15 anni e ben ricordo, l’anno precedente, l’episodio di Ermanno Lavorini, cui i media diedero una risonanza notevolissima, ma che si svolse a centinaia di chilometri di distanza. Ho più volte fatto mente locale, ma non ho la minima certezza di avere avuto sentore, all’epoca, della vicenda relativa al piccolo Mario, ma non sono neppure certo del contrario, nel quale caso forse sarebbe giustificato il mio strano coinvolgimento emotivo nella vicenda.

Ci si può dunque chiedere perché proprio Mario, perché proprio quel bimbo dal musino di scoiattolo, sicuro di sé, certo di essere in grado di difendersi, ma è la stessa domanda che si sarebbero posti i genitori, i parenti e gli amici di qualsiasi altro ragazzo cui fosse toccata.
Se poi credessi nei cicli della reincarnazione, regolati dal karma, mi piacerebbe pensare che il delitto fu la scintilla che servì a Mario per finire il suo ciclo terreno e diventare un’anima che ha compiuto la purificazione e ad Antonio per iniziare a prendere coscienza di sé e del suo dolorosissimo cammino da intraprendere nella sofferenza e chissà per quanto tempo…

Per assurdo, si potrebbe dire che ci furono due vittime, senza peraltro dimenticare che esiste il libero arbitrio e che l’assassino resta comunque l’assassino, pur con le attenuanti che il Pastres potesse avere, poiché, altrimenti, chiunque abbia un’infanzia di dolore potrebbe sentirsi autorizzato a commettere gesti sconsiderati e magari pretendere di essere compreso e persino assolto.

Certamente, e questo è un gran merito del libro e dell’onestà intellettuale della sua autrice, la valutazione di Antonio Pastres deve per forza passare anche attraverso la sua esistenza post delitto, la carcerazione, l’angoscia, la presa di coscienza, il suo unico modo di comunicare (poesie terribili nella loro semplicità e disegni, anche di un certo talento, intrisi di simbologie in cui la mancanza di speranza risulta lacerante), l’offerta di un rene, la goffa evasione, sino all’atto estremo di una persona che non ha potuto trovare un solo motivo valido che giustificasse il fatto di continuare a vivere e tutto questo, se non altro, merita un po’ di compassione, diversamente siamo tutti giudici con l’indice puntato sempre su qualcun altro.

Ma soprattutto c’è Mario e chi gli ha voluto bene, la vita di una famiglia che diventa una vita diversa, una vita parallela, niente è più come prima, ognuno ad affrontare il proprio dolore come meglio può; la mamma, forte nella sua fragilità, che ha accettato dopo 40 anni di ributtare sale sulla sua inarginabile ferita mettendosi a disposizione dell’autrice, il padre (non si capisce, dal libro, se è tuttora vivente), la sorella, che dovrebbe essere più o meno mia coetanea, lei chissà come ha cavalcato il dolore, lei che vide il fratellino col Pastres senza poterne intuire il pericolo.

E poi ci sono io, io che non c’entro nulla e che pure penso spesso alla signora Olimpia e a suo dolore, ed alla quale sovente spedisco un pensiero affettuoso che spero riceva pur non sapendo da chi arriva, io, che mi sono trovato di fronte ad una sofferenza 42 anni dopo ed ho dovuto affrontarla senza veramente capire il perché.

Il libro.

A parte il fatto che, come detto, mi è stato d’aiuto per prendere conoscenza della vicenda, è un libro scritto sì con passione, ma anche tecnicamente (giornalisticamente) molto valido; fisicamente è curiosamente piuttosto pesante, forse a causa del tipo di carta e quindi piacevole al tatto; il titolo è dolce ma al tempo stesso terribile ed inquietante, si avverte la minaccia che si nasconde dietro la festa domenicale, sacro e profano che si accartocciano come un foglio che finisce nel cestino.
La cronaca è perfetta, l’intervento degli amichetti (ora cinquantenni) e di tutte le persone coinvolte che è stato possibile reperire rendono gli eventi come se si fossero svolti recentemente; la documentazione raccolta (anche con parecchia difficoltà in certi casi, come viene specificato) è veramente interessante, le foto corredano la cronaca con immagini di grande impatto (mi viene alla mente quella relativa ai genitori in chiesa o della piccola bara semi inghiottita dall’enorme folla).
La cronologia è ben delineata, lo stile della scrittura, di stampo giornalistico, si legge scorrevolmente quasi fosse un romanzo, anche se, purtroppo, non è così! E’ stato fatto un bel lavoro, anche perché credo ci sia voluto del coraggio, per andare dalla signora Olimpia, nonostante gli anni passati; diciamo che il libro lascia trasparire grande rispetto, affetto, passione e un bel talento di giornalista/scrittrice. Come già detto, notevole la sezione dedicata al Pastres “post delitto”, scritta con obiettività e persino un coinvolgimento emotivo ed un pudore che ho apprezzato davvero molto.

Lei ha detto che ha scritto affinchè la storia di Mario non venisse dimenticata; curiosamente, leggendo il libro (a pagina 103) ho pensato che lei potesse essere parente di uno dei compagni di Mario, visto che, tra le varie firme, c’è un Paolo –o forse Paola, non si capisce bene- Depentor e che il so coinvolgimento fosse dovuto anche a questo motivo. Ho sbagliato?

Quanto al dimenticare, vorrei dire che, in 40 anni, sono comprese due generazioni e in mezzo un mondo che è cambiato e che sta andando non so bene dove; è anche normale, che si dimentichi, soprattutto quando quello che si dovrebbe ricordare è una cosa così dolorosa e per certi versi scomoda, il tempo è stato inventato anche per questo, per affievolire i ricordi e i dolori, per guarire le ferite dell’anima: immaginiamo se le nostre grandi emozioni restassero per sempre vive e si accatastassero l’una sull’altra: il cuore non resisterebbe e si gonfierebbe fino a scoppiare insomma, lasciamo ad ognuno la scelta di riuscire a dimenticare e poi, mi creda, la mancanza di segni evidenti non significa che la gente non ricordi più, i segni potrebbero essere importanti per quelli venuti dopo, ma oggi siamo tutti così distratti, che sembra ci sia solo il tempo di guardare avanti.

Però rispetto moltissimo la sua voglia di mantenere vivo il ricordo di Mario, tant’è vero che con me…ci è
riuscita benissimo!

 

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