Barcelona, dopotutto, m’agrada molt.

Barceloneta

Avevo cominciato questo post, scrivendo tutto quello che di Barcellona mi aveva fatto imbestialire. Avevo scritto che c’è tanta libertà, ma è concepita in modo sbagliato. Avevo scritto che il quartiere gotico, dove abitiamo, è un covo di delinquenti e drogati che fanno il bello e il cattivo tempo. Avevo scritto che la nostra proprietaria di casa è un’arraffona taccagna e avida.

Avevo scritto un sacco di brutte cose.

Poi mi sono chiesta che cosa di bello rimarrà di questa avventura, ci ho pensato, sono tornata indietro e ho cancellato tutto.

Perché non è stato semplice vivere qui. Qualche volta ci siamo sentiti “ospiti indesiderati” e avremmo voluto essere altrove.

Ma, dopotutto, che viaggiatori saremmo se non uscissimo arricchiti da ogni esperienza?

Viaggiatori da poco.

Ristorante Indiano
Dessert al ristorante Indiano

Quest’articolo, quindi, comincerà da metà. Da quando, finita la lista dei lati negativi, commentavo con….

Ed è un vero peccato.

Perché il mare a due passi è un bene prezioso, anche per chi il mare non lo ama. Perché d’estate è rilassante e d’inverno aiuta a pensare.

Perché sugli alberi volano gabbiani e pappagalli verdi (e la prima volta che li ho visti non riuscivo a crederci!).

Perché quando ti chiamano sempre guapa (anche le vecchiette), insomma dai, è piuttosto piacevole.

Perché mi piace troppo il Catalano, e ancora di più mi piace la strana lingua che padroneggio con virtuosismo e che i miei compagni di corso hanno deciso di chiamare Castellà (neologismo che unisce Castellano e Català e che riassume la mia perenne confusione)

Perché possiamo dire tutto degli Spagnoli (i Catalani non me ne vogliano se li raggruppo nello stesso insieme dei Castigliani e ci includo anche gli italiani che vivono qui), ma quello che abbiamo conosciuto si sono rivelati sinceri e altruisti e, ne siamo sicuri, non erano ipocriti quando ci hanno chiesto di rimanere in contatto.

Perché, non finirò mai di dirlo, mi piace troppo entrare in un bar e non dover neanche ordinare perché la cameriera si ricorda di me e mi porta il “solito”.

Perché i frullati di frutta che ho bevuto qui me li sognerò la notte.

Perché, sempre e ovunque, partire è un po’ morire.

E Barcellona ha scritto una pagina -controversa!- del nostro piccolo diario di viaggio.

Adeu, Barcelona (barçaluna, pronunciato alla catalana).

i moltas gracies.

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito. (José Saramago)




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