Berlino paradiso delle startup? Piuttosto il purgatorio.

Vi ricordate quando io e Alessio abbiamo rilasciato l’intervista a Panorama e siamo stati pesantemente criticati per aver detto la verità e cioè che ci siamo trasferiti a Berlino senza conoscere il tedesco e abbiamo ugualmente trovato lavoro pochi giorni dopo?

Perfetto.

Ho voluto ricreare l’atmosfera per giustificare l’articolo che sto per scrivere.
Eh sì. Perché io accetto e discuto le critiche -se sono sensate- ma non tollero le ingiustizie.

Quindi se all’epoca avete criticato me, perché -a vostro dire- avevo illuso centinaia di italiani, perché -secondo voi- a Berlino il lavoro non si trova, perché voi siete qui da anni e ancora vivete con il sussidio di disoccupazione, perché sicuramente io sono raccomandata o miliardaria o fortunata…allora adesso avete un’altra bella occasione.

Che ne pensate del paradiso delle startup? Di questi italiani che arrivano qui e realizzano il loro sogno?
Pare che sia un argomento molto caldo, di questi tempi.

Perché nessuno dice che questo è il modo DAVVERO giusto di illudere i giovani italiani che in Italia non riescono a fare nulla?

A Berlino è facile fondare una startup, questo è vero. C’è meno burocrazia, ci sono dei finanziamenti, gli affitti costano poco e ci sono anche gli spazi di coworking, che per meno di un centinaio di euro al mese vi offrono un ufficio chediocomanda.
Questa base in Italia non c’è.

A Berlino è più facile fondare una startup = alcuni italiani vengono qui a fondare una startup.

Ok.

Ma perché non andiamo a vedere SE effettivamente queste startup hanno successo? Perché non andiamo OLTRE il semplice annuncio “ho fondato una startup” e andiamo ad esaminare la situazione qualche mese dopo?

E parlo con cognizione di causa, perché in una startup ci ho lavorato e so che il fallimento è sempre potenzialmente dietro l’angolo. 

Ma oltre a questo, conosco l’argomento perché ho assistito a vari incontri di italiani startupper di Berlino.
E inizio dicendo una cattiveria -ma fondata: gli startupper italiani di Berlino se la fanno e se la godono.

Non critico gli incontri in sé, credo anzi che sia una bellissima idea scambiare le proprie esperienze con chi sta facendo qualcosa di simile o sta per imbarcarsi in una nuova -e pericolosa- avventura.

Io critico questo atteggiamento: se la fanno e se la godono. 
Lo dico e lo ripeto.

Durante questi incontri, gli startupper hanno a disposizione tre minuti per raccontare la loro idea. Molto carino no?
..
..

NO.

Primo perché non sono MAI tre minuti, secondo perché le presentazioni sono spesso molto piatte e ricalcano quei noiosi lavori di gruppo dell’università, terzo perché io di idee innovative o rivoluzionare finora non ne ho mai viste.

Ho assistito a presentazioni incentrate su queste frasi:

-la mia idea è una via di mezzo tra ebay e…
-in cosa siamo diversi da last.fm?
-noi ci poniamo su una nicchia già coperta da Foursquare…

Ora.

Dove sono le novità? 
Non ci sono.

Niente di rivoluzionario, niente di nuovo, niente di davvero utile.
E sto criticando anche me stessa perché anch’io ho presentato la mia società (anche se non è stata fondata da me), ho cercato di intrattenere il pubblico e probabilmente non ci sono riuscita. Ma io non mi ritengo un’italiana digitale innovativa (io sono analogica).

Siamo sicuri che non abbiate deciso di fondare la vostra startup SOLO perché a Berlino è più facile e si può fare?
Tanto per riempirvi la bocca di un “io sono un cervello in fuga, ho fondato una startup. I dati? Il successo? I soldi? MA IO HO FONDATO UNA STARTUP! MI HAI SENTITO??

A questo punto, prevengo un’obiezione facile. In molti vi starete chiedendo: “E tu? Qual è la tua idea? Chi sei per definire banali le idee degli altri?”
Nessuna. Per ora non ho idee innovative. INFATTI non fondo startup a caso.

Ma andiamo avanti.

Ho assistito a queste presentazioni seduta tra il pubblico e ho ascoltato e raccolto le opinioni delle persone attorno a me.

CHE LA PENSAVANO NELLO STESSO IDENTICO MODO.

Che noia.
Che banale.
Questa cosa non serve a niente.
Falliranno nel giro di un mese.
Ah grazie, si stanno autofinanziando, sono capaci tutti.
Allora anch’io lancio una società inutile.
Ridicolo.

Non c’è niente di male ad esprimere la propria opinione…è quello che sto facendo anch’io.
Lo stesso malumore l’ho manifestato anche ad uno degli organizzatori di questi incontri (che, per inciso, mi dava ragione).

Ma allora: perché quelle stesse persone che si lamentavano, ora stanno pubblicando articoli entusiastici sulla scena italiana delle startup a Berlino? Perché gli stessi che sbuffavano e ridacchiavano, ora ospitano sul loro blog recensioni assurde e totalmente lontane dalla realtà?

Ma soprattutto: perché quelli che mi criticavano allora, in questo caso non si lamentano?!?!

Questo non significa illudere i giovani italiani?
Io ho detto la verità, ho dipinto uno scenario reale nel quale si sono collocate tutte le persone che conosco e che lavorano qui.
Mi hanno detto che era un atteggiamento criminale. (testuali parole)

Questo invece va bene?

Ora capite perché all’inizio dicevo che se la fanno e se la godono?

Non vedono la realtà, sono felici del loro stesso autocompiacimento all’interno della loro cerchia chiusa, non guardano al futuro e si accontentano di suscitare attenzione -e forse un po’ di invidia- tra i connazionali. E, per inciso, in Italia questo -le startup- è il tema del momento. Come sempre a tempistiche non ci siamo.

Ecco qui. Questa è la verità.

A Berlino c’è lavoro (c’è anche disoccupazione, è vero, ma c’è anche lavoro), si sta bene, il costo della vita è ancora basso e chi viene qui ha DAVVERO una possibilità concreta di farcela.

Ma non è il paradiso delle startup. Più che altro un purgatorio: un luogo di transizione in attesa di vedere se il proprio progetto fallirà oppure no.

Le porte del paradiso si aprono solo per quelli che hanno un’idea geniale. Oppure se l’idea non è geniale, è condotta con successo e lungimiranza.
E voi, italiani digitali startuppari, lo sapete che ho ragione.

PS: la prossima volta che vi viene in mente di fondare una startup, leggete questo articolo di Paul Graham. Illuminante.

UPDATE: i miei suggerimenti molto banali per migliorare gli incontri 

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  • santa subito!

    La cosa secondo me sconcertante è come persone che sembrano anche “smart”, non lo capiscano. Ho visto founders tirare dentro amici, compari e fidanzata, oppure gente che si trasferisce qua ma non sa neanche bene il perchè (non si potrebbe fare la stessa cosa a Milano, ad esempio?)

    In ogni caso, confermo che nel digitale, a berlino si può trovare lavoro senza troppa fatica, almeno a mio parere. Ma capita lo stesso a Milano o Roma.

    • gimmi81

      pinuccio ero io, solo che pensavo di non aver inviato il post e l’ho riscritto successivamente con disqus

  • gimmi81

    Secondo me è una grande bolla questa degli italiani che vengono a fare startup a Berlino. In alcuni casi è giustificabile, ma il 99% sono cose che si potrebbero fare tranquillamente dall’Italia. La vedo più come una vacanza qua però..

    Per quanto riguarda il lavoro, nel digitale si trova qualcosa abbastanza facilmente, come del resto a Milano o Roma…

  • emiliano

    Condivido molti punti di vista, ma il discorso è a mio avviso più ampio.
    Il problema di fondo è il messaggio trasmesso dai media. E’ sbagliato pensare che fondare una startup sia semplice, divertente e porti inevitabilmente successo.
    Fondare una startup significa mettersi in gioco, accettare una sfida, esporsi completamente al fallimento.
    Non è “figo” lavorare il doppio del normale, non è figo trascurare i propri cari, non è figo dover fare i salti mortali per pagarsi l’affitto.

    L’hype è creato da tutto ciò che gira attorno:
    – dai vari “opinionisti” che vogliono dire la propria senza averne guadagnato il diritto,
    – dai mille “consulenti” che aspettando come avvoltoi di prendere una fetta (briciola) della torta che effettivamente c’è.
    – dal dipendete che dalla sua comoda poltrona a tempo indeterminato non lesina consigli di vita o critiche gratuite senza ovviamente pensare minimamente di mettersi in gioco.
    – dai figli di papà che vogliono giocare a fare gli imprenditori per poter dire a casa che hanno un impresa e quindi giustificare la loro paghetta
    – dai vc che non hanno idea di dove mettere i soldi, ma se non chiudono il fondo non avranno la loro commissione
    – da chi pensa che una idea sia la soluzione.. deve solo arrivare.

    Ti assicuro che quando a mezzanotte della domenica sono ancora in ufficio a lavorare sulla “mia startup” non c’è hype intorno a me, non c’è fama e non c’è gloria.

    Ma e’ una scelta di vita.. di chi ha voglia di mettersi in gioco con la chimera di creare un prodotto dal nulla e riuscire a coinvolgere e convincere altre persone.
    Per me significa sopratutto “libertà” di poter decidere della propria vita al 100%, ma ovviamente questo ha un prezzo…molto alto.

    Berlino è perfetta.
    Non importa chi sei, cosa fai, da dove vieni, quanti soldi hai, se il tuo sogno è aprire un bar o fondare la prossima FaceBook… puoi anche essere il cantante peggiore del mondo ma hai comunque la possibilità di metterti in gioco e cantare al mauerpark davanti a centinaia di persone che ti supportano

    • Emiliano, io sono totalmente d’accordo con te.
      Nessuno critica chi ha un sogno e soprattutto nessuno critica chi lavora fino a tardi per realizzarlo.

      Quello che critico io è l’hype -come dici giustamente tu- e il fatto che il valore delle idee proposte si sta drasticamente abbassando.
      Sono sicura che mi dai ragione. Forse non lo vuoi dire, ma implicitamente mi dai ragione.

      Una cosa che ho scordato di dire: ho avuto modo di studiare diverse realtà qui a Berlino e ho visto che fortunatamente l’alta competizione va a fare una selezione naturale.

      Questa è una cosa buona che però dovrebbe essere comunicata a chi pensa di venire qui a giocare a fare l’imprenditore.

  • Condivido in toto quanto detto da Emiliano.

  • Markus

    Io credo che digitaly sia una buona vetrina per capire in che direzione andare. Voglio dire, siamo tra noi e possiamo permetterci di dire “la tua idea fa schifo MA si potrebbe migliorare facendo questo e quest’altro”. Se fossimo un gruppo di investitori assetati di soldi e nuovi progetti, probabilmente diremmo solo “NEXT!”. In questo modo invece si da la possibilità a chi crede in un progetto di capire quale sia il giudizio esterno senza stress e di poter anche capire se il mercato a cui ci si vuole rivolgere sia preparato, saturo ecc. ecc.
    Anche a me capita di sentire pitch di progetti e pensare “eccone un altro…” e probabilmente molti di voi lo pensate del mio. La cosa che mi interessa però è capire PERCHE’ credi che faccia schifo ed anche PERCHE’ credi invece che possa avere un buon potenziale di crescita. Ogni critica, così come un probabile fallimento (non dimentichiamoci che un’altissima percentuale di startup muore durante il primo anno di vita), sono un nuovo punto di partenza.

  • Federico Rubagotti

    Giulia, alcuni dei punti che hai citato nel tuo articolo sono più che condivisibili. Sicuramente i media, sia di settore che non, stanno creando un hype molto forte relativo alla moda di fare startup. Termine che poi viene quasi sempre utilizzato in maniera errata. Con startup non si definisce un piccolo progetto, una app o un’azienda che avrà una crescita lineare, ma una realtà che è destinata a crescere in maniera significativa e molto velocemente.

    Quante “vere” startup ci sono a Berlino? Poche, molto poche, ci sono alcuni progetti interessanti ma non potranno mai essere startup perché non hanno le caratteristiche per esserlo.

    Ammetto che sia curiosa la citazione del saggio di Paul Graham perché la nostra idea è nata proprio dall’inadeguatezza degli strumenti di vendita e scambio su Internet. Paul Graham ha sempre sostenuto fin dai primi saggi che le migliori idee vengono dalle necessità personali mal soddisfatte da altri prodotti, ed è proprio quello che ci ha fatto scattare la molla, che una mattina di novembre ci ha fatto dire “dobbiamo risolvere questo problema”. Problema che tra l’altro altre persone ci hanno confessato e che lo stesso Paul Graham ha indicato in questa lista di idee [1] redatta nel 2008.

    La scelta di dire che biiup sia una via di mezzo tra eBay e swap.com è un modo per indicare quale sia il segmento di mercato nel quale ci stiamo orientando: la vendita e lo scambio di oggetti consumer-to-consumer. Poi l’esperienza e le modalità di interazione sono completamente differenti da quelle di eBay o di swap.com. Probabilmente (anzi sicuramente) non sono riuscito a veicolare questo messaggio, ma noi non stiamo cercando di copiare uno dei due siti citati precedentemente, stiamo cercando di creare qualcosa di diverso.

    La verità è che creare qualcosa che sia innovativo in maniera disruptiva è molto molto difficile. Lo stesso Facebook, che molti giornali stanno ad incensare come se fosse chissà che innovazione, non è altro che un remix di siti come Friendster e Myspace. La “rivoluzione” Groupon (e gli innumerevoli copycat) sono così innovativi che ormai una azione vale circa 3$, quando invece ad inizio quotazione valeva quasi 20$. E ci sono decine di altre aziende “startup” che giornali proclamano come il futuro dell’IT per poi vedere che le loro azioni possono essere usate per arrotolarci il kebab. L’interazione “commerciale” tra più persone è: vendita, scambio, prestito, regalo o “te lo rompo ebbasta”. Questo è quello che c’è, il tizio che trita i cellulari esiste già, qualcosa di veramente nuovo non lo puoi fare, le modalità sono quelle.

    La verità è che, almeno da parte nostra, non c’è il minimo autocompiacimento anche perché, putroppo, non c’è nulla da compiarcersi. Siamo appena arrivati, non conosciamo nessuno, in Italia molte persone non capivano che caspita stessimo facendo (altro che invidia…) e i soldi che abbiamo guadagnato in due anni di lavoro finiranno. Io ed Enrica non stiamo giocando: abbiamo passato sette mesi chiusi in due stanze, dove ci alzavamo alle 7, andavamo a dormire all’una, mangiavamo e lavoravamo nella stessa stanza e l’unico svago era una corsetta o un’ora in piscina perché la schiena era a pezzi. Uscire il sabato sera era optional, l’aperitivo della domenica non l’abbiamo più fatto, così come uscire il venerdì sera. Quando gli altri andavano a sciare noi stavamo a casa a guardare le gare della coppa del mondo di sci durante il pranzo. Non abbiamo famiglie che ci possono aiutare in maniera corposa: la storia è semplice, entro otto mesi circa noi saremo senza soldi e basta.

    La scelta di venire a Berlino non è stata dettata da un tentativo di lodarmi ed incernsarmi agli occhi degli italiani. Semplicemente in Italia non c’erano le possibilità e gli stimoli che qua ho provato in sole due settimane, con svariate persone che ci hanno dato spunti, idee ed anche critiche costruttive. Se nella mia presentazione sembravo un po’ poco professionale era perché volevo renderla un po’ meno formale e più simpatica. Se questo poi abbia fatto trasparire una volontà di esaltazione è totalmente sbagliato. Avendo solo tre minuti volevo fare qualcosa di diretto e simpatico, poiché pensavo che l’ambiente fosse informale e tranquillo.

    E io voglio critiche, ne ho avute moltissime, e le avrei volute anche da te, direttamente a voce, invece che leggerle su Twitter (tra l’altro hai usato l’hashtag sbagliato). Io voglio che la gente mi dica cosa pensa del nostro progetto, nel bene o nel male.Io sono qua perché credo nel nostro progetto, perché penso che possa avere un buon futuro e cercherò di svilupparlo al meglio delle mie capacità. Sono conscio che le possibilità che la mia startup possa fallire è infinitamente maggiore di un successo, anche piccolo.

    Berlino è il purgatorio, hai ragione. Ma non c’è un paradiso, forse solo qualche inferno. A San Francisco c’è il purgatorio: puoi andare bene o andare male. A Londra c’è il purgatorio: puoi andare bene o andare male. Insomma, che ci sia il purgatorio non è una novità, che ci sia a Berlino è altrettanto chiaro.

    Anzi, oltre che ad essere il purgatorio, Berlino è anche considerata (seguita da risatine stile Merkel/Sarkozy) come la patria delle copie. Perché per ora a Berlino (ed in Germania in generale) non è mai nato nulla di nuovo, solo copie di cose già esistenti:

    * Etsy : DaWanda
    * Zappos : Zalando
    * Groupon : CityDeals
    * Linkedin : XING
    * Stripe : Paymill
    * Airbnb : Wimdu
    * Pinterest : Pinspire
    * Fab : Bamarang (†2012)

    e la fama di Berlino continuerà ad essere quella di essere fornace di copycats.

    Comunque, io sono contento della serata, di tutte le persone che ho conosciuto e che spero di vedere ancora, di chi mi ha criticato e di chi è venuto da me e mi ha detto “devi continuare perché è interessante”. E rifarei quello che ho fatto: in questi mesi ho imparato tante di quelle cose in molti ambiti che mai avrei potuto fare con un lavoro dipendente.

    Un’ultima osservazione la vorrei fare invece sull’atteggiamento di alcuni “berlinesi da un paio di anni o qualche mese” che vedono in qualsiasi altro italiano o straniero un pericolo per la “loro Berlino”. Ho notato, specialmente su blog e su Facebook, una certa attitudine negativa nei confronti dei “nuovi arrivati” come la causa di tutti i mali della città. Una sorta di protezionismo ingiustificato, dato che Berlino non è di nessuno, se non di chi la vive giorno per giorno o, al massimo, di chi è nato in questa città.

    [1] si veda punto #10, http://ycombinator.com/ideas.html

    • GiuliaDepentor

      Ciao Federico e grazie per aver condiviso la tua esperienza qui.
      Mi fa molto piacere che tu abbia descritto la realtà delle startup in modo così crudo: è bene che si sappia. Allo stesso modo, tuttavia, penso che di fronte a un sogno da realizzare il lavoro non sia mai troppo, e che il sacrificio sia quasi piacevole.
      Che Berlino sia la patria delle copie, lo so bene e grazie per la lista che hai scritto. Non vedo, tuttavia, perché non provare a modificare questo trend proponendo qualcosa di nuovo.

      Infine, SCUSA per aver sbagliato l’hashtag: mi ero persa la prima slide e ho chiesto al mio vicino di posto “com’è che si chiamano?” e lui mi ha risposto “bee come ape e up”. E da lì è nato l’errore. Me ne sono accorta solo alla fine della presentazione, molto dopo…quando non avrebbe avuto più senso twittare con l’hashtag #digitaly.
      Scusa anche se non sono venuta a parlarti delle mie perplessità: come sai, ospitavamo l’evento nel nostro ufficio, dovevo correre continuamente ad aprire al cancello principale e purtroppo non sono riuscita a parlare con tutti.

      Grazie ancora per il commento.

  • Rieccomi di nuovo, ho appena scoperto il tuo blog e lo trovo fantastico.
    Riguardo a questo articolo voglio dire due cose:

    – Startup è di moda. Tutti hanno questa bella parolina in bocca, i media fanno interviste (soprattutto a chi non se lo merita) etc. Ma la realtà è ben diversa, non basta un’idea innovativa, non basta essere all’estero o avere 50.000€, ci vuole impegno, voglia, rischio, esperienza e molto altro. Serve forse a qualcosa essere intervistati o partecipare a mille eventi? No, anzi, fa in modo che tu non possa lavorare che alla fine è quello che conta. Alle volte mi viene il voltastomaco nel vedere persone che inseguono i media o che vogliono essere “famosi”, io penso sia meglio fatturare milioni piuttosto che essere conosciuti da quatrro polli.
    Dico queste cose perchè ci son passata e ho fatto alcuni di questi errori.

    – Chiariamo il termine startup. Un’altra cosa su cui sono molto “pistina” è il significato del termine startup, il qualche sta perdendo giorno dopo giorno connotazione. Startup significa azienda innovativa, che sta lanciando un prodotto/servizio mai visto prima. Voglio fare un esempio proprio che riguarda italiani a Berlino. Mi è capitato di avere una conoscente che mi dice: “Mi trasferisco a Berlino per lavorare in una startup” e io rispondo “e che fanno di bello?”, “Creano giochi per Smartphone”, “What?!”

    Alla prossima!

    • GiuliaDepentor

      Grazie mille Nicoletta!
      Se non sbaglio, in Cile c’è una scena “startuppara” (odio questa parola) molto interessante. Vero?

      • Si si, è iniziata grazie a StartupChile che è anche il motivo per cui io sono arrivata qua. Se hai voglia di una nuova avventura facci un pensierino… 🙂

  • Alessandro Fusacchia

    Interessante, il post e i commenti. E grazie a Massimo Banzi che, twittandolo, mi ha fatto scoprire questo dibattito. A inizio dicembre sono a Berlino, e mi piacerebbe poter incontrare i giovani italiani che si stanno confrontando con la questione startup. Sono in contatto con alcuni di loro (via Danila Pellicani) che credo stia provando ad organizzare la cosa, per sabato 8 o domenica 9. Chi e’ interessato mi mandi cortesemente una mail qui : startup@mise.gov.it

  • @giulia la prima volta che sono stata al digitaly sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla qualità dei pitch e dalla qualità degli italiani presenti. All’ultimo incontro ho avuto anche io delle perplessità, che ho condiviso apertamente facendo domande, ma mi sembra del tutto normale. Vado regolarmente al Berlin Tech meetup e li, non ci sono italiani, ma succede esattamente la stessa cosa, ovvero una volta ci sono presentazioni di prodotti interessanti altre volte no, ho visto pitch di tedeschi (e non solo) veramente imbarazzanti. Quello che dico è, facciamo in modo che gli incontri di digitaly diventino incontri costruttivi, se hai qualcosa da dire alza la mano, scrivere un post come questo non aiuta nessuno. Soprattutto come già detto il mercato farà la sua selezione naturale.

    @gimmi81 berlino i suoi vantaggi ce li ha, non è questione di vacanza, quantomeno non per tutti, qui trovi quello che a milano non c’è, un ambiente stimolante, stimolante per davvero, dove ogni sera c’è un meetup in cui condividere le proprie esperienze, i propri progetti e i propri dubbi, dove ogni mese c’è un workshop di programmazione completamente gratuito dedicato alle donne, dove c’è soprattutto passione per il proprio lavoro.

    ci vediamo al prossimo digitaly, o all’incontro con Alessandro Fusacchia se riusciamo ad organizzare.

    less talk more rock!

    • GiuliaDepentor

      Ciao Danila, grazie per il commento.
      …io sono intervenuta durante quelli che mi sembravano i progetti leggermente più innovativi degli altri e con qualcuno ho parlato alla fine degli incontri. Onestamente non saprei che domanda fare a dei progetti che ricalcano idee già proposte.

      Detto ciò, come già ripetuto più volte, non critico la volontà di riunirsi e scambiarsi idee, bensì l’idea totalmente irreale che ne viene data all’esterno.

      PS: tu pensi che questo post non aiuti nessuno? I commenti e la mail ricevute mi dicono il contrario, comunque è il mio spazio e io esprimo il mio pensiero. Come lo hanno espresso gli autori dei post che tu utilizzi in risposta al mio articolo.

  • Oggigiorno se non occupi Macao e non fondi una startup in una capitale cool sei proprio un mentecatto 1.0

  • Gentile Giulia Depentor,

    temo che lei stia dicendo (meno male non aprendo una Start Up fondata su) una banalità. Tutte le aziende nascono in purgatorio. Anche in Silicon Valley e a Tel Aviv (dove ci sono finanziamenti più cospicui ed è più facile ottenerli). Per un italiano l’eliminazione di barriere burocratiche e un ambiente aperto e internazionale è già un salto in paradiso, dal quale tornare con concretezza quando bisogna salire la montagna e affrontare la fatica per arrivare al successo.

    Tra l’altro tutte le aziende sono in purgatorio. Anche l’Alitalia. Anzi quella è nel limbo.

    Ha semplicemente scritto che per fondare una Start Up bisogna avere una idea vincente? Ecco. Insomma… Almeno non accusiamo di banalità la gente.

    Io sono una Consulente di Marketing da 10 anni e Founder a Berlino. Lasciamoli venire qui pieni di speranza questi ragazzi. Se prenderanno una botta in testa la seconda idea sarà migliore. O la terza? E se sono bravi e a Berlino non trovano finanziamenti se ne andranno poi ancora più lontano. E mi permetto di aggiungere. Lasciamo valutare le idee a chi lo fa di mestiere. E non scriviamo generalizzazioni.

    Saluti.

    • GiuliaDepentor

      Gentile Michela Michieli,

      temo che lei non abbia letto bene il mio articolo e che abbia deciso di scrivere una risposta leggermente delirante e per nulla argomentata (noto addirittura delle frasi aperte e non chiuse…come mai?).

      Lei è da 10 anni che lavora nel marketing? E allora?
      Tutti questi giovani che lei incensa devono ringraziare chi -come lei- perpetua l’atteggiamento tipicamente italiano, supponente e basato sul fatto che l’età -e solo l’età- rende edotti e in grado di dire la propria opinione.

      E mi permetto di aggiungere: leggiamo con attenzione gli articoli prima di parlare per niente.
      E non scriviamo stupidaggini.

      Le idee DEVONO essere vincenti e originali, forse questa è l’unica parte che ha colto correttamente.

      Saluti.