Bianca come il latte, rossa come il sangue (A. D’Avenia)

Blog nuovo, rubrica nuova: ho deciso di unire la mia passione per la lettura a quella della critica spietata di qualsiasi cosa non sia stata fatta da me. Questa rubrica si chiamerà “The Blooker”…perché un nome così privo di significato, vi state chiedendo? Primo errore: the blooker unisce “book” a “blogger”…e nei commenti avete tutto lo spazio per dirmi che sono un genio.
Premetto solo che io leggo di tutto, TUTTO, davvero. Quindi non iniziate subito a criticare la mia libreria e anzi, consigliatemi nuove letture.
Prima recensione: “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia
Avevo sentito parlare così tanto -e bene- di “Bianca come il latte, rossa come il sangue” che quando ho inaugurato la mia -ormai- lunga serie di acquisti online su Amazon, mi è sembrato impossibile non ordinarlo.
Da brava lettrice-consumatrice-sanguisuga che legge qualsiasi cosa le capiti tra le mani e che , se un libro le piace- lo finisce anche in una notte, ho due possibilità:
1) Ordino i libri appena escono, con la loro copertina rigida in oro massicco, alla modica cifra di 34€ e li uso poi anche come riparo per la notte perché, a causa della spesa, rimango senza casa e senza vestiti;
2) Aspetto che esca l’edizione economica (dai 12 ai 18 euro), cerco di non leggere troppe recensioni, e attendo il mio turno con la bava alla bocca.
(Qui ci sarebbe da fare una divagazione sul prezzo esorbitante dei libri *sietedeidelinquenti* ma ne parleremo un’altra volta)
La settimana scorsa, finalmente il mio ordine è arrivato a destinazione (dopo un mese sofferto perché il corriere si era perso il mio indirizzo, e io avevo calcolato tutto al dettaglio perché potessi ritirare i miei libri durante il mio breve soggiorno italiano…e invece no! Si sono sbagliati e ho dovuto aspettare e farmeli spedire a Berlino. SIATEMALEDETTI).
Sei libri nuovi di zecca, ancora caldi e fragranti di stampa.
Ovviamente ho iniziato dal famoso – e desiderato- “Bianca come il latte, rossa come il sangue”.
E l’ho finito tipo sei ore dopo.
Volete sapere se mi è piaciuto? Continuate a leggere, ma sappiate che vi spiattellerò senza scrupoli il finale.
Mi piacerebbe poterlo dire con altre parole, ma la verità nuda e cruda è che il libro di Alessandro D’Avenia mi ha fatto genuinamente cagare. E scusate l’eleganza.
La storia si svolge su un inanellarsi di luoghi comuni e si evolve in modo frustratamente (esisterà questo avverbio?) banale.
Leo è il narratore in prima persona, un ragazzo un po’ ribelle un po’ sfigato, che alterna il suo racconto innaturale di frasi fatte e ovvietà (“Il Rocci, manna degli oculisti”, “I miei genitori mi hanno fatto scegliere il classico perché ti apre la mente”) a scontate divagazioni religioso-filosofiche.
Leo è innamorato di Beatrice, una ragazza più grande, bella che non se lo fila neanche per scherzo, che a un certo punto si ammala gravemente.
In tutto ciò, la migliore amica di Leo (non mi ricordo neanche come si chiama da quanto l’ho trovata stupida)…indovinate?? E’ innamorata di lui, esatto! Ovviamente non ha coraggio di dirglielo e anzi lo aiuta a conquistare la sua bella.
Mmmmh, vediamo in quante altre migliaia di cartoni, serie televisive e film di serie B ho già sentito questa storia?
In questo ménage à trois, si inseriscono altri personaggi che sono pallide imitazioni di altre figure tipiche: il prof. Sognatore, giovane e simpatico che, nonostante il ruolo importante che svolge (dirò un’ovvietà anch’io, ma ci ho visto il D’Avenia in persona), non spicca, non risalta ma rimane insignificante e si limita a dare qualche consiglio al povero Leo che, manco a dirlo, ovviamente è un ragazzo difficile che riesce tuttavia ad aprirsi solo con questo prof. Abbiamo poi il migliore amico di Leo, una specie di ricco disadattato cerebroleso, che ha come unico scopo quello di giocare a calcio e fare gare in motorino, il prof. di religione, un sacerdote che ispira simpatia ma ci lascia a bocca asciutta perché non viene per niente delineato.
Pochi personaggi, stereotipati e appena appena abbozzati.
Abbiamo poi la già citata migliore amica: una sorta di zerbino occhioni azzurri e devozione per il suo amato Leo, che lo aiuta nei compiti e nella conquista dell’amata.
E infine Beatrice.
Ero ansiosa di conoscere questa diciassettenne bellissima che si ammala di leucemia (e muore n.d.r.). Volevo conoscere le sue opinioni, i suoi sentimenti di ragazza bella e corteggiata che di punto in bianco perde capelli, forze e sogni e si riduce quasi immobile in un letto.
Volevo conoscere la sua disperazione e la sua rabbia ed ero anche pronta a commuovermi per lei: ma Beatrice ci viene presentata praticamente solo alla fine, quando è ridotta a un esserino arrendevole, sfinito e rassegnato che quasi aspetta di morire, che non ispira nessuna empatia, ma solo pietà e desiderio immenso per lei che crepi sul serio e al più presto, se questo è davvero ciò che vuole con tutte le sue forze. “Appiccicato” sopra in modo assolutamente innaturale, anche il diario tenuto da Beatrice, con lettere indirizzate a dio. MAH.
Ma come direbbe Corrado, NON FINISCE QUI.
Tolta di mezzo la bella Beatrice, esaurite le riflessioni di Leo (“Dio se esisti perché sei cattivo e se sei onnipotente perché fai morire Beatrice blablablablaBLAAABLAHBLAHH”)...indovinate un po’?
Leo, distolta l’attenzione dall’oggetto dei suoi desideri (è brutto da dire ma succede proprio così) si accorge che forse anche la sua migliore amica non è poi così male . E scoppia l’amore.
“Bianca come il latte, rossa come il sangue” ha avuto un enorme successo, lo so, e non lo sto criticando certo per contrastare la maggioranza. Ma è un libro BRUTTO: banale, scontato, già visto, una “Love Story” de noiartri, un cartone animato giapponese degli anni ’80, e male disegnato anche.
L’unica spiegazione che potrei accettare? E’ un libro per ragazzini e nessuno me l’ha detto. E’ così vero?
CONSIGLIATO: per scrivere frasi puerili sulla Smemoranda
MI E’ PIACIUTO: la teoria che ogni cosa ha un colore, ne ho una simile anch’io
VOTO: piango alla fine di ogni libro (perché è finito e mi dispiace, anche se non è commovente). Per questo libro, totale ARIDITA’.
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  • “Il Rocci, manna degli oculisti” buahahah
    😛

  • Fabrizia

    sul finale ho versato una lacrima di disperazione. Condivido su tutto.

  • Elena

    Il libro di D’Avenia sarà banale ma tu mi sai tanto di ragazzina che crede di essere chissà chi perchè mette quattro parole in fila…

    • giuliadepentor

      Ragazzina? Ma grazie, che bel complimento!!!

      Dimmi la tua opinione adesso, se ce l’hai.

  • Elena

    Eccola qui: io penso che l’accusa di mancanza di descrizione dei personaggi sia del tutto infondata, perchè essendo questo un libro scritto in prima persona, quando mai una persona, nonché un ragazzo, si ferma a descrivere le persone che incontra con il pensiero? Se D’Avenia avesse fatto descrivere a Leo approfonditamente i personaggi, la cosa sarebbe stata alquanto innaturale. Ciò che il lettore trova nel libro è il punto di vista di Leo, e quindi i suoi pensieri, non un romanzo dal quale lo scrittore è totalmente distaccato e nel quale si può quindi permettere di descrivere i personaggi approfonditamente. Quella che definisci banalità inoltre dà delle emozioni, e anche forti. Non è forse quindi il contrario della banalità? Non è colpa di D’Avenia se tu eri già partita con dei pregiudizi (anche se hai detto di non averne avuti è palese che ce li avevi) e l’hai letto con uno spirito da patata lessa. Senza la presunzione di avere la capacità di scrivere recensioni divinamente, Elena

  • giuliadepentor

    Prima di tutto non avevo pregiudizi poiché non avevo letto nulla di D’Avenia e avevo sentito parlare gran bene di questo libro. (se avessi avuto pregiudizi, non solo non l’avrei letto, ma non avrei mai speso 15€ per comprarlo. Al massimo, se proprio avessi voluto leggerlo con pregiudizio, me lo sarei fatto prestare da qualcuno o l’avrei preso in biblioteca).

    Detto ciò, cara Elena, ti spiego una cosa di cui forse non sei a conoscenza: LE OPINIONI, che sono diverse da persona a persona.
    Forse non sai neanche che i VERI scrittori sono in grado di tratteggiare i personaggi, anche senza fare le descrizioni da prima elementare che ha fatto D’Avenia: la sua storia è banale, lo penso, l’ho detto e lo ridico.
    È una mia opinione, che ho espresso nel mio blog, aprendola ad altre opinioni che possono essere espresse in modo costruttivo e non come hai fatto tu.

    Dare della “patata lessa” a me, perché non mi è piaciuto un libretto commerciale e sopravvalutato, è come dare della “lettrice superficiale e boccalona” a te, che apprezzi un libro che definirei -a fargli un piacere- imbarazzante.