Confessioni di una taxomane

Da tanti anni, mi reputo una delle più entusiaste sostenitrici della vita “ecologica”.
Faccio quello che posso: non possiedo – e non voglio possedere – un’automobile perché giro a piedi, in bicicletta e con i mezzi pubblici, faccio la raccolta differenziata, compro i prodotti senza confezione, frutta e verdura solo di stagione e a chilometro zero, non uso i sacchetti di plastica…
Insomma, tutte quelle piccole cose che ci costano pochissima fatica e che – se sommate tutte assieme – possono contribuire a ridurre il nostro impatto inquinante e violento sul pianeta.

Eppure c’è una macchia in questa coscienza verde. È ora di confessarsi e di esporsi al pubblico ludibrio.

Io sono drogata di taxi.
Il semplice gesto di alzare la mano sul ciglio della strada per fermarne uno mi riempie di immotivata felicità.
Dire l’indirizzo, senza preoccuparsi della strada e del traffico (oddio, quello un po’ sì ma mica devo guidare io) e arrivare sotto casa… non so come spiegarvelo, ma per me è un piacevole lusso (perché è un vero lusso, porca miseria).

Io non voglio una macchina, non voglio l’autista, io voglio un abbonamento mensile ai taxi.

E perché mi piacciono così tanto? Perché ho sviluppato questo amore incondizionato per i tassisti? Perché quando so che prenderò il taxi per andare in aeroporto (perché è molto presto o molto tardi) sono contenta?
Perché mi ricordo ancora la mia prima corsa (a Roma, nel 1992)?

Perché sono una taxomane?

1) I tassisti sono esseri affascinanti.
A volte se ne stanno muti, a volte chiacchierano al telefono per conto loro (ricordo ancora l’interminabile e incomprensibile conversazione in hindi da Manhattan all’aeroporto di Newark), ma spesso si dedicano a te. E, non so se è successo anche a voi, ma io ho avuto delle discussioni bellissime e interessanti mentre venivo scarrozzata in giro per la città.
Menzione d’onore al tassista scrittore di Auckland che mi ha raccontato la trama del suo prossimo libro e mi ha chiesto come riuscivo ad essere motivata a scrivere una pagina al giorno, e all’iraniano di Berlino che, un paio di mesi fa, ha cercato di insegnarmi il tedesco, poi ha perso le speranze e mi ha spiegato – in inglese – con dovizia di particolari gli ultimi trent’anni della sua vita.

2) Non riesco a fare a meno della visuale privilegiata del sedile posteriore.
Eh sì, perché quando è qualcun altro a portarvi in giro, voi vi rilassate e vi mettete a osservare il panorama. A Roma, ad esempio, sono riuscita a vedere il “retro” del Vaticano e le relative mura. A Barcellona, invece, ho sconfitto la maledizione del cimitero del Montjuïc. Piccola digressione: sono stata a Barcellona per 5 mesi e per 5 mesi ho tentato, invano, di visitare il celebre cimitero perché non riuscivo mai a trovare la strada giusta e, se per caso la trovavo, il cimitero era chiuso. L’ultimo giorno del mio soggiorno, dal taxi che mi portava in aeroporto, sono riuscita a vederlo illuminato dalla luce morbida e rossa dell’alba.

3) Il taxi, bene o male, ti salva sempre il culo.
Io non sono capace di orientarmi. Mettetemi davanti alla porta di casa, fatemi fare un giro su me stessa e mi ritroverete a vagare senza speranza come lo smemorato di Collegno. Google Maps ha migliorato la qualità della mia vita: sarà una specie di legge del contrappasso, ma io le cartine le so leggere. È come con la macchina: guido male ma sono brava a parcheggiare. Non ha senso.
Comunque, il taxi è sempre la mia risposta quando non so che pesci pigliare.
Inoltre, e qui diventiamo seri per mezzo minuto, il taxi è la salvezza nelle cosiddette situazioni poco sicure.
Io non transigo: quelle poche volte che mi ritrovo a dover tornare a casa la sera da sola, chiamo il taxi anche se devo fare poca strada. Berlino è una città molto sicura ma… better safe than sorry!

4) I tassisti conoscono la città meglio di chiunque altro.
Certo, che novità. Ma non tutti la sfruttano. Io chiedo sempre consigli ai tassisti: qual è il miglior momento per visitare quel museo? E il migliore ristorante indiano? E un luogo segreto e poco turistico?
Ricordo ancora di quel tassista di Milano che, portandomi alla stazione, mi ha raccontato tutta la storia del Parco Sempione con aneddoti di quando lui era bambino o di quello, sempre a Milano, che – accompagnandomi a visitare il Cenacolo Vinciano – si è quasi emozionato quando gli ho detto che per me era la prima volta e era tutto contento e continuava a dire “Si pensi, signorina, forse è stupido da dire, ma io sono veramente felice che la sto accompagnando a vedere una meraviglia”.

5) I tassisti ascoltano. Per davvero.
Quando ti chiedono qualcosa, i tassisti sono davvero interessati. Certo, lo faranno per passare il tempo, direte voi. E che importa. Non c’è niente di meglio che raccontare i fatti propri a qualcuno che non vi conosce e che vi sta veramente ascoltando. Inoltre, io sono tremendamente affascinata dalle “vite che si incontrano per pochi attimi”: i vicini di posto in aereo, le persone in sala d’aspetto insieme a voi, i tassisti… contatti superficiali, dite voi? Io non ne sarei così sicura.

6) I tassisti, spesso, sono davvero gentili
Sarà perché quando io salgo sui taxi, sono felice e la mia anima spande amore ed energia vitale verso il prossimo… Oppure sono solo molto fortunata. Chissà.
A Torino, ho trovato un tassista che ha aspettato che io entrassi in casa prima di ripartire (“È notte, signorina, non si sa mai. Io aspetto qui, lei appena apre il portone, si gira, mi fa un cenno e io vado”), tanto per fare un esempio.
E se anche non lo dicono, lo fanno lo stesso (mi è successo pochi giorni fa, qui a Berlino).

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