Il paese dei balocchi e la città dei fiori


Come tutti sapranno, gli italiani residenti all’estero per un certo periodo devono iscriversi all’AIRE, che è una sorta di anagrafe viaggiante che permette a tutti di godere dei privilegi che concede la madrepatria.

In teoria.

A noi è andata così. Con l’idea iniziale di trascorrere a Parigi un periodo più lungo e in vista delle elezioni, abbiamo deciso di provare l’ebbrezza del cambio di residenza. Tutto è stato fatto in regola e, dopo la visita di rito del messo comunale (in Italia), per chiedere conferma del nostro spostamento, ci sono arrivate in Francia delle schedine ingiallite con la firma del nostro floreale sindaco.
Breve parentesi sulla visita del messo.
(in dialetto veneto)

Messo: “Signora, è vero che sua figlia non abita più qui?”
Mamma di Giulia: “Sì”
Messo: “Bene. Adesso devo andare anche da un certo nomecognome -di Alessio. Perchè abitano assieme a Parigi, sa?”

No. Non si fa così. Non si raccontano gli affari della gente in giro.

Ma torniamo a noi.
Contenti di aver acquisito il nostro diritto di voto anche in gallico territorio, il giorno delle elezioni ci siamo presentati puntuali al Consolato Generale d’Italia a Parigi.

Dogumendo.

Una volta entrati, il delirio. Gente ovunque, file senza capo né coda, schiamazzi e attese alla macchinetta del caffè (caffè rigorosamente italiano perchè tuttilartri fanno schifo).

Veniamo indirizzati allo sportello con il gagliardetto della Juve.

“Buongiorno, noi dobbiamo votare”
“Datemi quello che avete” (neanche fosse un rapinatore!)
diamo
“Controllo”

breve attesa

“Mi dispiace, non risultate”
“Come scusi?”
“Ho detto che non risultate”
“E come mai?”
“Eh…bella domanda…uhm, beh, mah, boh, bah, bibbidibobbidibù. A-E-I-O-U-ipsilòn. Non lo so.”
“E quindi non possiamo votare”
“No”
“Ma non è giusto”
“Ma non è colpa mia” (come dicevano le SS)
“Abbiamo capito, ma non possiamo votare! Con chi ce la dobbiamo prendere?”
“Eh, può essere colpa del Ministero o del vostro comune o di chissacchì. L’unica cosa che posso fare è inviare un fax al vostro comune e chiedere delle motivazioni. Aspettate qui?”
“Aspettiamo”

Dal comune, silenzio di tomba. E scade il termine per votare.
Niente voto. Noi non abbiamo potuto votare.
Pazienza.

Dopo un mese (ora), torniamo in Italia e visto che l’AIRE ci ha solo fatto perdere tempo, stamattina decidiamo di trasferire nuovamente la nostra residenza nella città dei fiori (no, non è Sanremo).

Spiegazione.

Impiegata: “MA COMEEE? Vi trasferite ancora?”
Noi: “Signora, siamo tornati in Italia…”
Impiegata: “Eh ma l’iscrizione si fa solo se state per più di tot mesi”
Noi: “Infatti siamo rimasti un anno”
Impiegata: “Beh, la prossima volta vi iscrivete solo se rimanete di più”
Noi: ” A parte che sono affari nostri, comunque non vediamo il problema.”
Impiegata: “MA COMEEE? SAPETE QUANTO LAVORO DOBBIAMO FARE???”

Ah, ecco il problema. Mi pareva infatti di essere tornata in Italia.

La mole mortale di lavoro consisteva nello scrivere a penna i nostri nomi sul registro dei rimpatriati, stampare due robe e fare due timbri.
Totale per due persone: un quarto d’ora.
Con rimprovero finale da parte di un’altra impiegata “Basta adesso eh…perchè ci tocca fare un sacco di lavoro adesso”.
Come una mamma che dice al figlio di smetterla di mangiare tutte quelle caramelle. Eh sì, perchè a noi piace romperci le balle in fila agli sportelli e interagire con persone disponibili e pronte a meritarsi il loro salario (lamentandosi del lavoro per cui sono state assunte).

Va bene. Non lo faccio più.
Stai sicura che la prossima volta rimango irregolare.
Stai sicura che non ti vengo a dire niente e che continuo a usufruire dei servizi del medico di base (anche se in realtà non sono neanche in Italia).

E via di sprechi.

Scusate, ma ora devo tornare nell’angolo in castigo.

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  • alessia

    domanda: ma ora dove state ????ancora in Paris ?? sans-papier !!! w l’italia!!

    • cityglimpse

      ehehe!!
      tra una settimana potrai leggere le nostre recensioni su Barcellona!