Le mie sudate carte e tre libri da non perdere

Come forse quelli di voi che mi seguono in Facebook o Instagram già sapranno, ho finalmente terminato la terribile fase di correzione del mio libro.
Volete che vi dica la verità? L’ho odiata. 

Prendi il manoscritto, stampalo, rileggilo (e fin qui, tutto ok), trova gli errori, le incongruenze, i nomi che cambiano, i personaggi morti e magicamente tornati in vita, verifica le date, i luoghi. Ma quella stazione dei treni sarà stata lì nel 1938? Sarà credibile sostenere questo concetto?
Una noia tremenda, lo ammetto. È stato molto più facile inventare la storia e scriverla.
Alla fine, però, ce l’ho fatta (e mia sorella Martina che sta leggendo ora il manoscritto, mi ha già detto di aver trovato diversi errori…@#&*!!!)

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Che cosa succede quando si termina un lavoro durato anni (nel mio caso, dal 2008)?
Quando l’autodisciplina ferrea di “scrivere/correggere almeno una pagina al giorno” diventa improvvisamente inutile?
Quando l’unica cosa rimasta da fare è sperare che il tuo lavoro piaccia a qualcuno?

Semplice: diventi insopportabile.
Non sai come muoverti, non sai se è il periodo giusto per inviare il manoscritto alle case editrici (agosto, il deserto dei Tartari), anzi per dire la verità non sai neanche a quali case editrici mandarlo, anzi non sai neanche se vuoi mandarlo. E chi sono loro per giudicare, e chi sono io per pretendere che il mio lavoro sia interessante. Lo pubblicherò da sola, lo farò leggere ai miei amici, anzi no non lo farò leggere proprio a nessuno. Sai cosa? Lo brucio in giardino. Atto di protesta. Tanto è bruttissimo, cioè non lo so forse non è così male, ma non devo dirlo io, lo devi dire tu. Ma tanto se me lo dici tu è perché non vuoi farmi un dispiacere, quindi niente, non saprò mai se è bello o brutto. Non che mi interessi, io scrivo per me, mica per gli altri. Ma lo vuoi leggere? Mi dai un’opinione critica? Ma devi essere cattivo! Mi raccomando! Come si intitola? Oddio, non sono capace di dare titoli, lo sai. Prendo una frase del libro, via. Vabè, senti, se mai qualcuno lo vorrà pubblicare, al titolo ci penseremo. No? Forse dovrei trovarne uno bello adesso? Ma bello in che senso? Accattivante? Didascalico? Misterioso? Wertmülleriano? Wertmülleresco? Mi viene da piangere, questo libro fa schifo. È brutto, è banale, odio i personaggi. Sono stupidi. Di cosa parla? Boh. Cioè, se vuoi ti racconto la storia, però te la devo raccontare tutta altrimenti se ti racconto solo l’inizio, sono sicura che non ti piacerà e che penserai che non è niente di speciale. Vuoi leggerlo? Ma non devi dire niente: anzi, dimmi che ne pensi. Ma cattivo, eh! Sono pronta! Sì, ho mandato alle case editrici, no, non rispondono. Mi odiano. Tanto chi vuoi che pubblichi me? Chi sono io? Non mi conosce nessuno. Sono un’esordiente. Esordiente è una parola che mi fa venire in mente un giovane calciatore e io odio il calcio. Leggilo. Se ti piacerà, diventerò improvvisamente scontrosa, mi schermirò e dirò che ti sbagli. Se non ti piacerà? Temo che ci rimarrò malissimo. Come? Sì, lo so che ho già scritto un altro libro. Ma quello era diverso. Quello era una ricostruzione giornalistica, una lucarellata.
Questo…questo sono io.

Come sedare questo tormento interiore e dare tregua al paziente Alessio?

Leggendo libri davvero belli (e ovviamente disperandosi per l’acerba ingenuità del proprio lavoro).
Alessandra, qualche mese fa, mi ha consigliato “L’amica geniale” di Elena Ferrante. Io l’ho letto d’un fiato e mi sono subito dedicata ai successivi volumi della trilogia: “Storia del nuovo cognome” e “Storia di chi fugge e di chi resta”.
Scommetto che li adorerete!
Se vinco la scommessa, vi obbligo a leggere il mio libro.
E se la perdete voi? Vi obbligo a leggere il mio libro.

Ok?

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