Noi, i ragazzi di Platzspitz

Ho letto “Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino” durante l’estate tra la terza media e la quarta ginnasio. Avevo trovato il libro a casa (faceva parte della raccolta dei Miti Mondadori a 2900 Lire) e non avevo idea di che cosa parlasse. Pensavo fosse una storia à la Enid Blyton (vi ricordate i libri della banda dei cinque? Una cosa del genere ambientata però tra gli animali dello zoo).
Mi sbagliavo, naturalmente.
Grazie al libro di Christiane F., ho scoperto che cosa significava “stare a rota”, “fare marchette”e “comprare un quartino”. Non in senso letterale, naturalmente.
E ricordo di essere rimasta profondamente colpita dal fatto che Christiane fosse più giovane di me e che quelle cose fossero successe più o meno quindici anni prima. Non molto, se ci pensate.
Inoltre, il fatto che di sottofondo ci fosse Berlino e che io avessi appena scoperto di avere un bisnonno che abitava lì, mi ha certamente aiutato ad appassionarmi alla storia.
Ricordo di aver guardato il film poco dopo e, come sempre, di averlo ritenuto non all’altezza.

Circa vent’anni dopo quei giorni (VENTI? Ma sono così vecchia?), mi sono trasferita a Berlino e sono andata immediatamente a visitare i luoghi di Christiane: la Bahnhof Zoologischer Garten, il palazzo della Mercedes lì di fronte, Gropiusstadt e tutto ciò che lei aveva nominato nelle sue interviste (ho anche scritto un articolo che potete leggere qui). Poi, al mercatino di Boxhagener Platz, ho anche trovato una copia del libro con le foto originali dell’epoca (nella versione italiana, erano state censurate perché giudicate troppo forti) ma era in tedesco e alla fine non l’ho comprato.

Verso il termine della mia esperienza berlinese, a giugno dell’anno scorso, ho trascorso una notte insonne leggendo di nuovo la vicenda di Christiane. Non so perché l’ho fatto. Forse era una specie di saluto alla città.

Potete immaginare il salto che ho fatto sulla sedia, quando ho scoperto che Christiane Vera Felscherinow aveva pubblicato un altro libro intitolato “Mein zweites Leben” (la mia seconda vita)?
Eh sì perché, diciamoci la verità: tutti più o meno sappiamo che cos’ha fatto fino alla fine del primo libro, sappiamo che ha cercato di disintossicarsi e che non ci è riuscita, sappiamo che si è messa con quello degli Einstürzende Neubauten (potrei fingere di ricordarmi il suo nome ma la verità è che ho smandibolato solo a scrivere quello del gruppo), che ha cantato e suonato, è andata in televisione e ha recitato in un paio di film…tutto sulla scia della pubblicazione del primo libro.
Ma dopo? Che cosa succede? Tutti più o meno si dimenticano di lei.
Io pensavo che si fosse sistemata e che volesse rimanere un po’ nascosta per cercare di rifarsi una vita senza essere sempre ricordata come la bucomane dello zoo.

La verità è che, come afferma lei stessa in una recente e interessantissima intervista rilasciata a Vice, ha  più o meno sempre continuato a darci dentro pesantemente. Nei primissimi anni a Berlino, si è presa l’epatite e ora è sotto metadone. “Morirò presto” dice.

Una parte di questa intervista mi ha colpito profondamente e qui arrivo anche al punto di questo post.

Alla fine degli anni Ottanta vivevi a Zurigo con alcuni editori, ed eri un habituée del Platzspitz, un parco dove vendere e consumare droghe era legale. Com’era questo parco?
A Zurigo vivevo tra le star della letteratura e la scena degli eroinomani. Platzspitz era la più grande piazza della droga d’Europa. Era come Disney World per i drogati. Zurigo è una cittadina piccola e la scena della droga era enorme ai tempi. Alcuni giorni c’erano quasi tremila tossicodipendenti in piazza, si drogavano, si ubriacavano. A volte ci passavo settimane intere. Era come un mercato, c’erano dei tavoli sui quali si offriva ogni tipo di droga. Poi la gente ha cominciato a morire e ad ammalarsi di HIV e epatite C. L’area diventò un cumulo di immondizia e come se non bastasse c’era anche una guerra aperta tra diverse gang, così negli anni Novanta il governo svizzero la chiuse.

Svizzera? Zurigo? Davvero?
Non ne sapevo nulla. Ma si è capito che alla fine di questa storia conoscevo solo la superficie.
Come è mia abitudine, quando leggo una biografia (e voi sapete quanto mi piacciono le biografie) adoro andare a vedere i luoghi in cui la storia è avvenuta.
Un po’ scomodo questa volta. Siccome è ben noto -e temuto?- il mio vezzo di rompere l’anima alla gente, ho chiesto a Valeria di  The Design Pot, che vive lì da qualche mese, di andare a farsi un giro a Platzspitz e di raccontarmela.
Lei è stata gentilissima, ha fatto queste foto e, alla mia domanda “Ma l’atmosfera com’è?”, ha risposto così:

[il parco] È stato riqualificato e stanno finendo di fare i lavori alla parte dietro del Landesmuseum. È in centrissimo perché è proprio accanto alla stazione HB però secondo me si respira ancora un’aria strana. È pulito eh ma non rientra nei parchi dove trascorrerei del tempo.
Basta lasciarsi il cancello alle spalle che si respira già un’aria diversa.

Basta lasciarsi il cancello alle spalle che si respira già un’aria diversa.
Voi potete sentirla, quest’aria? Io sì, chiaramente.

PS: chi mi presta il libro? Chi me lo manda? Chi me lo racconta?

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  • Pingback: Una gita agli Hansa Studio di Berlino | Giulia Depentor()

  • Alessandro Passador

    Non esiste alcun libro in proposito, ma alcune testimonianze di superstiti che Ti farebbero sobbalzare dalla sedia.
    Perdonami, ma queste informazioni sono a puro titolo di curiosità personale o è propedeutico ad un Tuo lavoro letterario o di altro tipo?