Scontro di pugni con esplosione finale

L’altro giorno, si parlava di strette di mano.

Una volta, mica c’erano problemi: si faceva un po’ di scuoti-scuoti con un sorriso e via.
La cosa peggiore che ti poteva capitare era la mano fredda/sudata/moscia che ti dava l’impressione di prendere in mano un calzino bagnato dimenticato -per qualche motivo- in frigorifero.
Del resto, chi non mette calzini bagnati a riposare nel frigorifero?
All’estremo opposto, c’era la stretta d’acciaio che, se per caso indossavi un anello, era per sempre fatale alla funzionalità dell’arto.

Ti capitava il calzino bagnato e ti veniva un brivido di disgusto, ti capitava Braccio di Ferro e correvi subito a farti una radiografia.
Ma, tutto sommato, riuscivi a convivere con il problema.

Oggi è tutto diverso.

Quando mi si avvicina qualcuno, non so più quello che sta per succedere.
Non ho più la scelta limitata tra la gelida manina e la tagliola.
Per chi, come me, non ama il contatto prolungato e non necessario con gli altri esseri umani, si apre un ventaglio di catastrofiche possibilità.

C’è quello supera il confine proibito della distanza sociale e ti abbraccia. 
Può andare, in linea di massima.
Solo che io abbraccio solo i miei amici. Di conseguenza mi viene naturale dare anche due baci. Quindi parto col primo bacio sulla guancia e poi rimango con il viso per aria e la bocca a cuore mentre il tizio si è già messo a salutare quello in parte a me. In quei momenti, di solito faccio finta di pettinarmi come quando saluti qualcuno da lontano per strada, lui non ti vede, e tu non vuoi stare lì col braccio vagante.

C’è quello che ti dà i baci sulle guance.
E anche questo può andare. Solo che, da dove si comincia? Io comincio da destra e nell’80% dei casi è il lato sbagliato. Quindi c’è quel momento non imbarazzante per nulla in cui stai per baciare in bocca un tuo collega e poi ti sposti a sinistra ma lo fa anche lui quindi l’unica tua via d’uscita rimane la finestra aperta al quarto piano per porre fine in modo veloce e indolore alla tua sofferenza.

Poi, le varianti sul tema.
Ci sono le strette di mano incrociate, cioè quei momenti di estremo disagio in cui ti incontri con più di una persona e non è chiaro chi deve iniziare per primo.
C’è quello che dà la mano e LA RITIRA perché l’amico si è fatto avanti, c’è quello che invece non ritira e ti dà un pugno perché tu ti eri fatto avanti e non ti eri accorto che anche lui aveva preso l’iniziativa. Falangi rotte, per farla breve.
E poi, ancora peggio, la fila per l’abbraccio: cioè quando, ad esempio, è il compleanno di qualcuno quindi i salutatori sono tanti ma il salutato è uno.
Chi inizia? Boh. E cosa faccio mentre aspetto? Boh.

Disagio a palate.
Ma il peggio deve ancora venire.
C’è una cosa che temo ancora di più: la stretta di mano CREATIVA.

Tipo il saluto del rimpianto Alberto Castagna. Quella specie di “batti cinque” abortito.
NO. NON SI FA. 
Si avvisa prima. Si dice.
“Guarda che ti sto per salutare come se fossimo in una puntata di Stranamore, vieni avanti nel verso giusto altrimenti ci accartocciamo e finiamo per scuotere un groviglio di dita a mezz’aria”.

Poi c’è lo scontro di pugni con esplosione finale.
Guardami.
E rispondimi.
TI PARE? 
Guardami di nuovo. Guardami bene.
Guarda come sono suscettibile.
Assapora il mio approssimativo livello di tolleranza.
Sentilo.
Immergiti in questa poco confortevole sensazione.
Fai la cosa giusta.
alberto-castagna-indica

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