Sofia si veste sempre di nero (P.Cognetti)

Ci sono tanti libri che meritano di essere recensiti.

E poi ce ne sono altri, in numero decisamente minore, che meritano sicuramente una recensione, però chi dovrebbe occuparsene non riesce a farlo.

Non riesce semplicemente a descrivere quella perfezione.
Vorrebbe semplicemente dire: leggetelo. 
E basta.

Di solito, quando scrivo le mie impressioni sui libri, lo faccio appena li ho finiti. Ci penso su cinque dieci minuti e poi scrivo se mi è piaciuto oppure no.
Sofia mi è piaciuto, tanto, ma in un “altro” modo: nel modo di uno che rimane senza parole di fronte a un paesaggio straordinario, oppure di fronte a una persona che non vede da tanto tempo.
Muta per l’emozione.


Questa volta, appena ho terminato il libro, ho scritto una mail a Paolo Cognetti per ringraziarlo e per dirgli che io, solitamente diffidente nei confronti di chi rovina i libri, avevo martoriato la mia copia di Sofia, sottolineandola e facendo le “orecchie” alle pagine con i passaggi che più mi avevano colpito.
Una cosa che decisamente non è da me.

Lui mi ha risposto che la mole di lavoro dietro a Sofia è ripagata da questi complimenti e ha aggiunto che devo dare una seconda possibilità a Milano, prima di dire che non mi piace.

Mi sto dilungando perché in realtà non voglio parlare di questo libro, non voglio rovinarlo spiegandolo con parole mie.
Quindi questo post forse è inutile.

No, non lo è. Almeno vi posso ricopiare alcune delle -tantissime- frasi che ho sottolineato. E poi decidete voi.
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Lo sai che cos’è la nascita? È una nave che parte per la guerra.

L’amore è nella pancia, l’amore è un cane cieco che ti manca da quando sei andata via di casa.


Se tu fossi Hakim Bey scriveresti questo in fondo al libro, che l’amore è la zona di autonomia più temporanea che ci sia.

Si lasciano dietro capelli impigliati nelle spazzole e tazze nel lavandino, biancheria abbandonata sul pavimento del bagno, mozziconi schiacciati nei portacenere, non più ragazze ma scie di ragazze, ed escono per andare a scuola.

C’era un nocciolo nelle donne che era duro come la pietra, e nessun torto reclamava vendetta ai loro occhi, quanto l’orgoglio ferito.

La città possedeva ai miei occhi la luce vivida dei canti di lotta, delle storie d’amore appena finite, di quei ruderi di bombardamenti in cui resiste solo un quadro appeso alla parete, una foto di famiglia dove tutto è crollato. Nei buchi dell’asfalto di Columbia Street pulsavano rotaio di tram, vene sotto pelle. A nord la strada si arrampicava fino alla collina nobile di Brooklyn Heights, diventava una terrazza panoramica sui grattacieli di Wall Street poi precipitava ai piedi di granito del ponte. A sud si perdeva tra le case popolari, verso i quartieri senza nome dei messicani, domenicani e portoricani, l’immensa pancia di Brooklyn che si estendeva fino a Coney Island.

Secondo Juri la città in cui ci trovavamo era un contenitore universale. Non aveva niente a che fare con l’America, né con il nostro tempo. Era come il palcoscenico di un teatro, che diventava un giardino se solo disegnavi i fiori , un cielo se appendevi delle nuvole di cartone.

Appena fuori dai confini di Brooklyn infuriava una guerra che non si vedeva mai: ma l’assedio stava nell’urgenza con cui le persone si cercavano, nell’intensità con cui si salutavano separandosi. Poteva sempre essere l’ultima volta.

Io pensavo che i fumatori potrebbero dividersi in due categorie, quelli che fanno attenzione al destino della loro cenere e quelli che non ci badano per niente. I secondi di solito hanno il vizio di gesticolare. I primi tendono a rovinarsi la vita preoccupandosi troppo delle emozioni altrui, e delle conseguenze delle proprie azioni. Conoscevo bene questa categoria di persone: non solo danno ragione a tutti, ma se litigano con qualcuno finiscono col dire più di quello che dopo, ripensandoci, vorrebbero avere detto, e nel chiedere scusa cedono a toni sentimentali. Questa categoria di persona schiaccia i propri mozziconi e anche quelli degli altri, quando restano a languire nei piattini da caffè, e poi mette i piattini a lavare. Gli sbadati, invece, con il tempo dimostrano altri segni di trascuratezza. Scarsa cura di sé, che pure è una forma di distrazione. Sbattono contro i mobili, si fanno male da soli. Questa era Sofia.

 

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  • angela

    mi fido dei tuoi giudizi!
    domani vado a comperare il libro…

    • Martina

      .. e quando hai finito, me lo mandi!

  • Grazie per questa recensione, mi ha fatto scoprire – e, spero, far scoprire – un libro molto emozionante.

  • Samanta Tommasi

    Ho partecipato stasera alla presentazione di questo libro, da parte
    dell’autore nella piccola incantata libreria di un amico, in quel di
    Viareggio.E poi ho trovato le tue parole. Che hanno un peso e una vita pulsante. Grazie.