Sui concorsi letterari, le copie cartacee e gli oratori di provincia

Io adoro i concorsi letterari. 
C’è stato un periodo -quando muovevo i primi goffi passi nel mondo della scrittura- in cui sono stata probabilmente la maggiore partecipatrice italiana di concorsi nazionali. Alcuni sono anche riuscita a vincerli e ho avuto l’immensa soddisfazione di vedere i miei racconti pubblicati in VERE antologie proposte da VERE case editrici.
Ecco perché adoro i concorsi letterari: ti permettono di trovare lo stimolo di andare avanti in questa passione/avventura/pazzia e, ogni tanto, ti fanno credere di essere veramente capace di scrivere cose interessanti e piacevoli. Si tratta, inoltre, di uno scambio equo: io propongo il mio lavoro alla casa editrice che, gratuitamente, lo pubblica e mi dà visibilità (per davvero). La casa editrice guadagna sui libri venduti, certo, e io non guadagno nulla se non il compiacimento.
Ma vi assicuro che per uno scrittore alle prime armi è la migliore ricompensa.

Tra il 2009 e il 2010, ho vinto due concorsi letterari con la stessa casa editrice (la Damster di Modena. Queste sono le antologie pubblicate con i miei racconti “Tetradotossina” e “Elettrocuzione”), poi ho pubblicato un libro grazie al contributo del Comune della mia città di origine (lo trovate da scaricare qui).
Con presunzione, mi sono detta che valeva la pena continuare e, finalmente, quest’anno ho terminato il mio tremendo romanzone che sedeva sulla scrivania da sei anni.
Un parto di cinque elefanti, in pratica.

Va da sé che, nel frattempo, ho continuato a scrivere (e ho scritto pure parecchio) ma solo e unicamente per piacere personale. Niente concorsi, niente case editrici, niente di niente.

Tutti gli sforzi erano concentrati sul tremendo romanzone: devi scriverlo, certo, poi devi correggerlo (la parte peggiore), poi devi trovare le incongruenze (no, scusate, è questa la parte peggiore), poi devi riguardarti i libri di storia perché hai avuto la brillante idea di ambientarlo in parte durante la Seconda Guerra Mondiale di cui, diciamocelo, hai vaghi ricordi confusi con le partite a carte degli ultimi banchi della IIIA del Liceo Classico Eugenio Montale.

Ma insomma, a un certo punto ce la fai. Lo correggi, lo fai leggere, lo stampi di nuovo e ci vai a mettere la spirale da Berti & Biancotto che mi hanno detto che ormai è chiuso ma per me resterà sempre l’emblema della copisteria. Come quando dici “scottex” per indicare una salvietta assorbente, ecco.

E inizia la parte peggiore. Come? Avevo detto che la parte peggiore era la correzione? Abbiate pazienza con me, ho anche il raffreddore.
Ti fai la lista delle case editrici e dei concorsi letterari, mandi…e aspetti.
Le cose, tuttavia, sono cambiate rispetto a sei anni fa: le case editrici a pagamento e i concorsi letterari fuffa si sono moltiplicati!

Adesso, prima di mandare il manoscritto, bisogna capire a che cosa si sta andando incontro.

copyright Smith Journal
copyright Smith Journal

La mia regola generale: se chiedono soldi, lascia perdere, non ti curar di loro ma guarda e passa. Sempre e comunque.

Una casa editrice che chiede un contributo all’autore è disposta a pubblicare anche la peggiore spazzatura: e poi, perché mai dovrei IO pagare per la pubblicazione di una cosa che farà guadagnare TE? Non dovrebbe essere il contrario, casomai? Infine, come mai le case editrici serie si prendono anche sei mesi prima di dare una risposta, mentre quelle a pagamento spediscono il contratto pronto a casa dopo un paio di settimane?
Quando sento che qualcuno ha pubblicato con una particolare (famosa!) casa editrice, scuoto la testa e mormoro “Oh, honey. Perché lo fai? Tutti sanno che hai pagato e non ti fa onore per niente. Non farlo. Piuttosto vai da Berti & Biancotto, fai tante copie del tuo manoscritto e distribuiscilo gratis o a un prezzo simbolico. Fai un ebook da scaricare gratuitamente. Ma non dare soldi ad altri, MAI.”

La stessa cosa si applica al mondo dei concorsi letterari, con una piccola eccezione: se il concorso è particolarmente famoso e rinomato, allora una quota di partecipazione ci sta (io non sono comunque d’accordo e non partecipo ma, in questo caso, capisco).
Se, però, la parrocchia di un nebbioso paese di provincia o una oscura associazione di librai ti chiede sessanta euro (SESSANTA) per partecipare a un concorso che ha come premio UN LIBRO, oppure non prevede quota di partecipazione ma OBBLIGA (c’è scritto proprio così) i partecipanti ad acquistare ALMENO due copie dell’antologia dei vincitori…mmhh, non c’è qualcosa che non va?
Il Premio Calvino (che, scusate, è il CALVINO porca miseria) chiede un contributo di partecipazione ma alla fine, se vinci, hai pubblicato con Einaudi.
Scusa eh, oratorio della purissima e altissima, se scelgo di non darti sessanta euro e me li tengo, piuttosto, per le fotocopie da Berti & Biancotto.

Dai, vediamo di ritrovare il senso della misura.

Io ho mandato il mio libro a tante case editrici NON a pagamento perché so che quando me lo rifiuteranno, lo faranno perché l’hanno letto davvero e hanno deciso che non lo vogliono. Dopo le tre ore di disperazione rituale alle quali partecipa, suo malgrado, il paziente Alessio (“Non so scrivere, faccio schifo, che vergogna, chiudo tutto, non scriverò mai più niente, brucio le mie sudate carte, ma chi mi credo di essere?”), ne ricavo l’insegnamento, abbozzo, prendo nota dei miei errori e continuo a martellare e rompere le balle.
Ci sono, leggetemi, esisto, badatemi, datemi una possibilità!

IO NON PAGO.
Piuttosto non pubblico niente. Ma non pago.
Neanche un rimborso per la matita rossa e blu che serve a segnare gli errori gravi e gli errori gravissimi. Non se ne parla.
E, anche se la mia massima di vita dice che “solo gli stupidi non cambiano idea”, su questo non cambierò opinione MAI.

Il mio secondo criterio di selezione di case editrici e concorsi riguarda le modalità di invio del manoscritto.
Io ho capito che volete fare una cernita preliminare ma davvero, nel 2014, avete il coraggio di chiedere che il lavoro venga inviato IN SEI COPIE CARTACEE PER POSTA? Ma siete scemi?
Primo: lo spreco di carta.
Secondo: il costo. (ma secondo voi, da Berti & Biancotto, ho il conto aperto?)
Terzo: la posta è lenta.

Esistono le mail, io ve lo dico, che sono immediate, economiche e amiche dell’ambiente.

Puoi essere la casa editrice più importante del mondo, ma se mi chiedi il cartaceo…per me Miss Italia finisce qui.

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  • Irene Pavan

    Come darti torto? Al Calvino quest’anno hanno chiesto 100Euro per l’iscrizione, considerando che i partecipanti sono stati oltre 800 credo stia diventanto un buon business, no? Poi però pensi che è una delle poche chance serie in circolazione e che per una volta nella vita vale la pena crederci fino in fondo…. e ti iscrivi! Poi aspetti e vivi in questa specie di limbo pur sapendo che è come sperare di vincere alla Lotteria di fine anno.

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